“”Davvero, il rosso delle Coop non richiama più da tempo il colore dei lavoratori?””

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di Alberto Venturi

Quando si parla di cooperazione, bisognerebbe non lasciarsi ingannare dalla realtà emiliana, dove prevalgono le cosiddette ‘cooperative rosse’,  perché in Italia è diffuso un sistema cooperativo ‘bianco’ altrettanto forte. Il tema diventa quindi se ancora rappresentano un sistema al servizio del lavoratore.

Una seconda distinzione riguarda le dimensioni stesse di queste imprese, perché a fatica si comprende il fine cooperativistico del gigante Coop, avviato a diventare una multinazionale della grande distribuzione, mentre conserva tutto il suo valore in molte cooperative sociali, basate sullo scopo mutualistico di assicurare ai soci il lavoro, o beni di consumo, o servizi.

In Italia ci sono più di 70.000 cooperative con 800.000 addetti, pari al 5% degli occupati; sono dati un po’ vecchiotti, antecrisi, però danno l’idea della varietà e della diffusione del fenomeno, che tra l’altro vede l’Emilia Romagna soltanto sesta per numero di imprese, preceduta da Lombardia, Sicilia, Campania, Puglia e Lazio.

Io eviterei di giudicare il sistema cooperativo guardando a Cpl o a Mafia Capitale e agli altri casi di corruzione che sono emersi e che, inutile nasconderselo, verranno ancora in superficie perché è il sistema Italia nel suo complesso che ha questo cancro. Qualcuno davvero ritiene possibile che una grande azienda vada al Sud (ma nord e sud si assomigliano sempre più) e possa portare a termine i propri lavori senza dovere patteggiare subappalti, distribuire favori, assumere da elenchi predisposti?

Io studierei con maggiore attenzione le piccole imprese, perché lì sta il cuore della cooperazione.

La società cooperativa, quando cresce di dimensioni e fatturato tende a formare una classe dirigente che non si rinnova e perpetua se stessa, un tempo attingendo i ricambi dentro i partiti di riferimento, oggi nel modi praticati da qualsiasi altra impresa. Coop Estense ha superato quota 711.000 soci, ognuno che vota per uno. Come potranno mai creare un movimento capace di trovare le necessarie maggioranze per modificare i vertici?

Come diceva Andreotti ‘il potere logora chi non ce l’ha’, ma di sicuro rende nel tempo a-morale chi lo detiene, impegnato prima di tutto a difenderlo e poi a impegnarsi per i soci.

Sarebbe necessario riformare il sistema ma a spostare la coperta c’è sempre qualcuno che si trova con i piedi scoperti, per cui, anche in questo settore, nulla si muove.

Quanto al partitone, rosso o bianco a seconda delle regioni, capace di essere il centro di elaborazione e di mediazione della società, si è estinto ormai da tantissimo tempo e l’universo di imprese che ne costituivano la costellazione è esploso da un quarto di secolo almeno.

Quanto al colore dei lavoratori, sarà anche rosso nel cuore, ma in volto è grigio e livido per la rabbia perché anche stavolta saranno loro a pagare la crisi, soprattutto se donne, giovani, in cerca di prima occupazione. In economica, grande cooperativa, impresa, gruppo o holding, va di moda il colore verde, quello dei soldi.

 

 

 

di Gianni Galeotti

Da almeno dieci anni l’unico rosso legato anche alle cosiddette cooperative ‘rosse’  che ho visto, è stato quello del volto rosso si, ma di rabbia, dei dipendenti e degli addetti che ne facevano o ne fanno parte. In tutti i settori: dalla ristorazione alla grande distribuzione, dall’edilizia ai servizi. Ultimi, in ordine di tempo, per quanto mi riguarda gli operai di un cantiere modenese della cooperativa di costruzioni, ufficialmente in stato di crisi. Loro stessi lo hanno riferito, mentre bevevano un ultimo caffè nel bar vicino al cantiere, a pochi passi da casa mia. Nel dicembre scorso hanno dovuto chiudere ed abbandonare il cantiere per la costruzione di una palazzina residenziale. Il tempo, guarda caso, di montare le impalcature, per poi sentirsi dire: il lavoro qui è finito, non ci sono più soldi. Scena ripetuta all’ennesima potenza a Bologna, dove un’intero quartiere in costruzione appaltato alle Coop di costruzioni è stato abbandonato ‘al grezzo’ e senza prospettiva. Basta guardarsi attorno e nel campo dell’edilizia gli esempi di cantieri abbandonati od in ritardo di anni gestiti da cooperative di costruzioni abbondano. Una cosa così, qui, non si era mai vista. Simbolo di un sistema e di un modello in declino, messo in discussione dai risultati delle inchieste di una magistratura che riflettono quelle del 092, di tangentopoli ma che ora hanno iniziato ad analizzare anche gli affari legati al complesso sistema di scatole cinesi e di reti della galassia delle cooperative; fatto sta che Il sistema, quel sistema che sembrava inattaccabile, sta crollando, minato alla base da una molteplicità di fattori: la crisi economica, il disfacimento (per non dire scomparsa), di una cultura politica e di governo, capace di governare e non solo di gestire il potere in molti casi personale, una politica capace di reggere alla sempre più forte e radicata offensiva della criminalità organizzata. I segni sono sotto gli occhi di tutti. Nel campo dell’edilizia e dei grandi appalti sono ancora più evidenti.

Gli sky line delle città emiliane sono costellati da mostri di cemento incompiuti, tipo profondo sud, 20 anni fa. Quel profondo sud in mano alla criminalità organizzata che da qui guardavamo, e dalle istituzioni guardavano, dall’alto in basso, pensando di esserne immuni e forti di un sedicente, ben confezionato e ben venduto politicamente, modello virtuoso condito da superiorità morale che faceva (faceva) di Modena e dell’Emilia l’esempio dell’efficienza di un modello definito, economico e sociale; un sistema basato sulla triangolazione perfetta tra partitone-amministrazione pubblica e potere economico, per lo più cooperativo. Con l’aggiunta, all’occorrenza, dalla lobby sindacale capitanata dalla CGIL. Un sistema che per anni ha alimentato il consenso, impedito di fatto il ricambio del governo delle istituzioni e che, in casi come quello della CPL Concordia, fiore all’occhiello della cooperazione modenese, ha generato veri e propri mostri. In questo ultimo caso ‘politico’ giudiziario, ciò che impressiona non sono i singoli episodi corruttivi ‘di chi ha sbagliato’ e che va isolato, bensì l’esistenza di un articolato e ben rodato ‘sistema corruttivo’ che, a grandi linee, sulla base di quanto emerso dagli interrogatori, funzionava (e in
chissà quali altri casi e chissà in quali altre regioni), funziona così: la cooperativa, anziché distribuire la tangente, crea una società di scopo nella quale vengono inseriti, tramite cessione di quote, o consulenze amici o familiari dei pubblici decisori (coloro che di fatto agevolano gli appalti). Quote che poi aumentano vertiginosamente quando l’appalto viene assegnato o si sbloccano i finanziamenti pubblici.  Di fatto un nuovo sistema di tangenti, meno diretto da individuare anche perché formalmente e paradossalmente fatto alla luce del sole, in una cornice di apparente legalità.

Non sappiamo se l’inchiesta si sposterà anche in altre regioni dove la CPL vinceva e gestiva appalti e commesse, non sappiamo se sarà verificata la vicinanza, anche familiare, a politici ed amministratori di soci e consulenti di società create ad hoc in altre regioni per stabilirne un eventuale collegamento. Non sappiamo se i cantieri appaltati alle e bloccati dalla crisi delle coop ripartiranno. L’auspicio è che tutto ciò avvenga senza spirito giustizialista, senza velleità e ricerca di notorietà, soprattutto da parte dei pubblici ministeri, e con la consapevolezza delle conseguenze che sia gli atti, sia l’azione, sia gli eventuali errori dell’azione giudiziaria, possono avere sugli equilibri politici ed anche economici di un territorio e della sua collettività. Ricordiamo che per un appalto ad una cooperativa del fratello l’Ex Presidente della Regione Errani è stato obbligato alle dimissioni; dimissioni che hanno portato allo scioglimento anticipato dell’Assemblea legislativa e alle elezioni anticipate. Anche questo, in Emilia-Romagna, non era mai successo. Salvo poi che è di qualche giorno fa la sentenza che ha assolto lo stesso fratello di Errani dalle accuse perchè il fatto non sussiste. Tradotto, per una presunta truffa che in realtà non sussiste Errani si è dimesso facendo cadere una regione intera. Tanto per dire che sarebbe necessaria una serie riflessione a tutti i livelli, pubblici privati ed istituzionali. C’è un evidente corto circuito sulle diverse modalità temporali tra giustizia, politica e informazione che porta a conseguenze rilevanti nella vita delle persone e della comunità. Prima si inizia una riflessione seria e senza preconcetti e prima questo Paese si avvierà alla normalità che tutti auspichiamo.

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