Davvero esiste una “”giustizia ad orologeria”” nel nostro paese, capace di influire sulla politica e quindi sulla Nazione?

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di Alberto Venturi

Davvero esiste una “”giustizia ad orologeria”” nel nostro paese, capace di influire sulla politica e quindi sulla Nazione?

 

La colpa di uno non può ricadere sui suoi parenti, per cui, o si trova un coinvolgimento diretto, oppure la vicenda bancarottiera di Tiziano Renzi non può affossare il figlio Matteo nazionale; forse abbassare un po’ i suoi voti in abilità manageriale, visto che dal 1999 al 2004 fu contitolare e poi dirigente dell’impresa di famiglia. Ma a questo già ci pensa l’esperienza governativa.

Se la notizia è stata pensata come ordigno a orologeria, non vale più d’una castagnola.

Ci sono state e ci sono invece altre vicende segnate dal momento in cui si svolgono o se ne viene a conoscenza. Basti pensare, in Emilia, all’indagine sulle spese, ritenute non motivate, dei consiglieri regionali o, con maggior clamore, allo storico avviso di garanzia recapitato a Berlusconi nel 1994 durante il G7 di Napoli (in realtà era un ‘invito a comparire’ e si trattava di un convegno internazionale sulla criminalità), capace di diminuire la forza del governo e alimentare le frizioni fra Lega e Forza Italia. Berlusconi, però, visto che ha avuto prescritte almeno due accuse per corruzione giudiziaria, non pretenda pulizia da chi possiamo ritenere abbia contribuito a sporcare.

Per presunzione di innocenza, non voglio e non posso credere, se non mi viene dimostrato caso per caso, a una giustizia con il timer. Penso invece a una giustizia molto attenta a pararsi le spalle, che, potendo muoversi diversamente nel groviglio di leggi e regolamenti, lo fa in modo direttamente proporzionale all’importanza del caso e alla sua visibilità mediatica. Ovvero: quando i riflettori sono accesi, sarà fiscalissima e rigidissima, per tempi e procedure, perché costretta a scegliere fra sollevare un putiferio di polemiche o essere in fallo per omissione.

Del resto l’hanno proprio gridato tutti: “Questa è giustizia a orologeria”, oppure “E’ giustizia citofonata”: dall’immancabile Berlusconi, alla Lega per i secessionisti veneti; dal Pd per le accuse a Renzi e agli emiliani a  Sarkozy. Un simile generale coro, intonato da ogni parte politica e sociale, è la miglior arringa della difesa. Ciò non significa che i palazzi di giustizia siano luoghi di santità. Ci sono relazioni legali, parentali, amicali e legami più o meno clandestini fra i diversi centri del potere, dalla Massoneria a club e consorterie varie; ci sono interessi e ci sono vicinanze politiche. Pesano sulla bilancia della Giustizia, non sempre in equilibrio, ma con modalità meno appariscenti e più subdole e in genere tendono all’insabbiamento, più che allo scoprimento.

L’opinione pubblica, ovvero noi, è l’estintore capace di spegnere ogni orologeria; basterebbe attendere la fine dei processi prima di giudicare e chiedere con forza che, quando coinvolgono persone pubbliche, si svolgano nel minore tempo possibile.

 

di Gianni Galeotti

Davvero esiste una “”giustizia ad orologeria”” nel nostro paese, capace di influire sulla politica e quindi sulla Nazione?

 

La mia personale e modesta risposta alla domanda è ed è sempre stata: assolutamente si. L’avviso di garanzia notificato al papà del Presidente del Consiglio Matteo Renzi (caduto nel silenzio dopo il boom di un giorno), o la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati dei due candidati eccellenti alle primarie PD per la Presidenza della Regione Emilia-Romagna, credo non facciano altro che confermare, al di la delle ovvie spiegazioni dei giudici, ciò che la storia degli ultimi 20 anni aveva già dimostrato:  i tempi delle giustizia possono variare o cambiare a seconda dell’effetto e delle opportunità che questi possono avere sulla vita e sul futuro politico ed istituzionale del nostro Paese (o delle realtà locali), in un momento anziché in un altro.

 

La differenza di questi ultimi mesi è che anche il popolo PD dell’Emilia Romagna, di fronte alle accuse ed alle inchieste a carico dei loro referenti politici eccellenti, Errani compreso, sono stati tentati dalla cosiddetta ‘via berlusconiana’ di porre sotto accusa il ‘partito dei giudici’, capace di influire, con il tempismo delle inchieste, sulla vita politica ed istituzionale del nostro Paese e dei loro personaggi di spicco.

 

Tornando al caso del papà di Renzi, le repliche al limite dell’ovvio del Procuratore di turno pronto a ribadire che le inchieste hanno i loro tempi  di calendario e non di opportunità lasciano sinceramente il tempo che trovano. 

 

Che esista un tempismo quantomeno sospetto nell’avvio delle inchieste e nei modi con le quali queste giungano alla stampa è cosa quasi altrettanto ovvia. Al di la del merito delle inchieste e delle sentenza di condanna, che sicuramente non si contestano, l’Italia, attraverso Berlusconi, è stata l’esempio mondiale del funzionamento di un sistema in cui i confini tra politica e magistratura si sono resi via via sempre più indefiniti e i giudici hanno acquisito un potere sempre più grande, arrivando ad incidere sempre più, con i loro strumenti e le loro tutele, non solo sulla vita di governi e parlamenti, ma anche sui principi fondanti della Costituzione.

 

La ‘giustizia ad orologeria’ più volte invocata dal centro destra e, dopo il caso Emilia Romagna, anche tra i militanti della roccaforte rossa dove con le primarie per la Presidenza della Regione si sono fatti più duri i termini dello scontro delle due ali nei fatti contrapposte di chi sostiene Bonacini e chi Richetti, è oggi più ben più che un concetto astratto. Lo dimostrano anche i tanti magistrati che hanno combattuto un sistema politico del quale hanno voluto forzatamente fare parte (Caso di pietro su tutti).

 

I giudici ed i politici, soprattutto da tangentopoli in poi, sanno bene quanto è forte l’uso e soprattutto l’uso mediatico anche solo di un’avviso di garanzia, e la giustizia, come ancora una volta insegnano i casi Berlusconi,
è stata utilizzata da una certa parte politica che negli anni ha costruito un’altrettanta certa classe di magistrati politicamente affini e che in quella politica si riconosce, per condurre battaglie squisitamente politiche e ad personam. Sullo scontro e sull’intreccio tra politica e magistratura si è basata la vita istituzionale degli ultimi 20 anni. La giustizia ad orologeria e semplicemente l’uso di questo rapporto nella consapevolezza dei suoi effetti.

 

Chi ha sempre sostenuto questa tesi con spirito garantista oggi non ha problema a parlare di giustizia ad orologeria anche quando, ovviamente, si parla di esponenti di partiti non di centro destra, partendo dal compagno G protagonista in tangentontopoli come negli scandali Expo, ed arrivando fino alle ultime vicende emiliano-romagnole.

Fanno certamente più fatica a farlo ‘le anime’ belle, eredi e portavoce di quella questione morale secondo cui anche un avviso di garanzia ad un candidato era e dovrebbe essere motivo di dimissioni.

 

Un bagno di umiltà per liberarsi da ipocrisia e faziosità forse, oggi, farebbe bene a tanti.

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