Dai, gioca con me al suicidio!

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Ai ragazzi viene offerto di morire per gioco, tramite internet, con il Blue Whale Challenge, Balena Blu, che dalla Russia si è diffuso in tutto il mondo consistente in 50 prove di autolesionismo e di coraggio fino al suicidio.

 


Ho vaghi ricordi scolastici dei dolori del giovane Werther, o delle ultime lettere di Jacopo Ortis ma almeno in quei romanzi si moriva d’amore e i suicidi degli Scapestrati erano conseguenza di una ribellione totale: il troppo amore per la vita sognata e la sua non  realizzazione spingeva ad una vita disordinata e ad una fine prematura.

Oggi – come hanno raccontato Le Iene una settimana fa – ai ragazzi viene offerto di morire per gioco, tramite internet, con il Blue Whale Challenge, Balena Blu, che dalla Russia si è diffuso in tutto il mondo consistente in 50 prove di autolesionismo e di coraggio fino al suicidio, proposto come una sfida crescente da ‘curatori’  a ragazzi, in genere di età fra i 9 e i 17 anni, con una gradualità capace di renderli schiavi del loro volere.

Il suo inventore, Philipp Budeikin, ha ammesso: “Non sono pentito di ciò che ho fatto, anzi: un giorno capirete tutti e mi ringrazierete. Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto: calore, comprensione, importanza.

Un tempo i ragazzi incontravano il mondo con la gradualità di ogni vita reale, passo dopo passo durante gli studi, il lavoro, il periodo del militare. Quasi mai da soli, ma inseriti in una comunità o in un gruppo. Oggi in un cellulare il mondo è tuo in un istante, senza limiti e senza regole, per te solo.

Andrea Cangini sul Quotidiano Nazionale cita il sociologo Emile Durkheim. “Il suicidio varia in proporzione inversa al grado di integrazione dell’individuo nella comunità religiosa, familiare e politica”. L’adolescenza è la ribellione a quei tre capisaldi e la volontà di disintegrarli per avere la libertà di guardare altrove. Sulla rete, questa miscela può diventare un’arma letale, aggravata da una società incapace di elaborare sistemi educativi efficaci nel nuovo mondo del mercato unico e del dio denaro, senza più alcun valore per il tempo, lo spazio, l’identità territoriale. Lasciamo stare la famiglia, sempre più specchio soltanto di se stessi e non di una vita intrapresa insieme.

Toccherebbe ai genitori, agli educatori scolastici, agli allenatori sportivi vigilare affinché comportamenti ‘strani’ mettano in allarme e consentano di intervenire in tempo bloccando il gioco, ma stiamo parlando di adulti, tenuti tenacemente a distanza dai ragazzi. Io credo piuttosto che l’esseoesse possa arrivare dal gruppo di amici, i quali vengono senz’altro a sapere qualcosa e comunque vivono più vicini e alla pari, senza pregiudizi generazionali. A loro può riuscire il primo soccorso, se hanno però almeno un adulto di fiducia in casa, o a scuola, o al campo di calcio, o in parrocchia. Oppure, come internet può distruggere i nostri figli, internet può salvarli se costruiamo appigli a cui rivolgersi, punti di riferimento per qualsiasi domanda e qualsiasi necessità di chi sta crescendo. Il web per una volta amico: gestito grazie a una sinergia fra volontari e personale specializzato, sostenuto dalle pubbliche istituzioni affinché i ragazzi non rimangano senza più voce per gridare aiuto e noi per ascoltarli. 

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