Cultura e sviluppo del territorio.

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Pubblichiamo sul tema in oggetto un intervento del nostro collaboratore Roberto Armenia. Ci ripromettiamo di riprendere e sviluppare questo tema allargandolo anche al turismo culturale e all’importanza delle “Grandi Mostre”, che caratterizzano sempre più il nostro Paese.

Tra sabato 7 e domenica 8 luglio 2007, due importanti manifestazioni  sono state dedicate alla cultura della città e del territorio.

 

Sabato 7, a cura dell’ ADAC-Associazione per la Diffusione dell’Arte e della Cultura- di Modena (presidente il Prof Adriano Primo Baldi) nella bellissima “Villa Glisenti” di Villa Carcina di Brescia (tra i relatori i modenesi Roberto Armenia, Rina Cianassi e Michele Fuoco, con la pittrice Cinzia Bevilacqua, con il vice-direttore del Museo diocesano di Brescia, Mons Giuseppe Fusari, con il direttore della Galleria Comunale di Massa, Massimo Bertozzi, con la direttrice della “Fondazione Giorgio Morandi” di Bologna, Marilena  Pasquali e con la partecipazione straordinaria di Philippe Daverio)

 

Domenica 8 luglio 2007, ai Giardini Ducali di Modena, per la manifestazione “Oltre i Giardini” , con la presenza e partecipazione di Grazia Biondi (storica della mentalità e della società nel periodo moderno), Andrea Cardarelli (docente di Preistoria e Protostoria) e Mario Panizza (preside della facoltà dei Beni Culturali dell’Università di Modena e Reggio Emilia e geologo di fama internazionale)

 

“Uno dei libri fondamentali, per me, sul tema della cultura e dello sviluppo del territorio è “La città nella storia” dell’urbanista-sociologo americano Lewis Mumford, pubblicato in Italia, nel 1963, in una edizione oggi introvabile, dalle mitiche “Edizioni di Comunità” di Adriano Olivetti.

In questo volume si analizza ed approfondisce la “cultura della città” che, secondo Mumford, è “moto di intelligenza e l’atto di coscienza che dell’abitante fa un cittadino”.

In anticipo di decenni, l’autore riconosce nei musei “un contributo indispensabile alla cultura della città”, sottolinea che il “museo, come la biblioteca, l’ospedale e l’università”, come le mostre temporanee e mobili, hanno “una funzione da svolgere anche nell’economia del territorio, della regione”. Anticipa che la prima missione della città del futuro è “creare una struttura visibile, regionale e civica intesa a mettere l’uomo a proprio agio con il suo io più profondo e legata a immagini di solidarietà”.

Mumford, già negli anni 60 del secolo scorso, vede nella città non tanto una sede degli affari e del governo, ma soprattutto un organo essenziale per esprimere e attuare la nuova personalità umana, quella dell’ “uomo del mondo.

L’antica distinzione tra uomo e natura, tra abitante di città e abitante di campagna, tra greco e barbaro, tra cittadino e forestiero, non vale più: l’intero pianeta è ormai un villaggio, e di conseguenza il più piccolo dei rioni deve essere progettato come un modello funzionante del mondo intero.

Di conseguenza la città, il territorio non devono esprimere il volere di un unico sovrano deificato, ma la volontà individuale e collettiva dei suoi cittadini, che ha per meta l’autocoscienza, l’autogoverno e la realizzazione della propria personalità. Al centro delle loro attività non sarà più l’industria ma l’istruzione; processi e funzioni saranno valutati e approvati in quanto favoriscono lo sviluppo umano, mentre la città sarà un teatro vivente di incontri spontanei e di stimoli quotidiani”.

In altre parole, così come l’obiettivo primario di un’azienda (che è un’entità astratta. Si identifica con la proprietà, soprattutto con i manager che la dirigono e le risorse umane che la compongono) non è il profitto ma la corretta gestione delle risorse umane che, attraverso la costante formazione e il coinvolgimento anche sul piano decisionale e delle responsabilità delegate, sono e si considerano parte integrante dell’azienda stessa, protagonisti e co-protagonisti, così l’obiettivo primario di una città, di un territorio è il costante, progressivo arricchimento civile, umano, artistico-culturale e professionale dei suoi abitanti che, parafrasando Mumford, da abitanti diventano cittadini.

Quando fu pubblicato questo libro, lo storico e critico d’arte Giulio Carlo Argan era direttore della collana d’arte delle “Edizioni di Comunità” (che ha fatto conoscere, in Italia, artisti come Ben Shan, Klee e Mondrian ecc).

Alcuni anni dopo la pubblicazione de “La città nella storia”, Giulio Carlo Argan, in un suo editoriale sul “Corriere della Sera” (allora, diretto da Piero Ottone) e intitolato “Perché mi hanno fatto Sindaco di Roma”, ispirandosi all’urbanista-sociologo americano, tra l’altro, scriveva : “ C’è rapporto tra la storia dell’arte e la storia della città…

L’architetto Van Easteren ha progettato lo sviluppo moderno di Amsterdam in modo perfettamente coerente alla sua storia.”. Una città, un territorio devono soprattutto “produrre servizi . Produrre servizi non significa soltanto impiantare, in tutti i settori, organizzazioni sufficienti; significa anche produrre cultura e mantenere la città al livello delle altri capitali del mondo: Parigi, Londra, New York, Tokyo”

Per Argan, l’urbanistica è la  scienza della città che non si occupa soltanto di quartieri residenziali e di rappresentanza, di distribuzione di fabbricati e d
i uffici d’igiene e di traffico.. “Ripensiamo alla Roma moderna del Seicento e del Settecento, dal Bernini al Valadier: una proporzione perfetta di architettura e paesaggio (leggi: civiltà e natura). E’ l’affermazione della cultura urbana di Roma. Una città, un territorio devono compendiarsi nel concetto di cultura della città” di Lewis Mumford. Secondo il giornalista de “la Repubblica” Giovanni Maria Pace (che si è a lungo e approfonditamente occupato del tema della cultura e dello sviluppo del territorio) nel suo articolo “Ripensare la città” (pubblicato da “la Repubblica” il 19 febbraio 1991), l’urbanistica , tanto a lungo trascurata, “è destinata a rivivere; attraverso nuovi , moderni piani regolatori” Così sono nati quartieri modello come il futuribile “La  Defense” di Parigi, come la moderna Torino e la “Bicocca” di Milano dell’architetto Gregotti, come il Lingotto di Torino di Renzo Piano.

Questi architetti sono i nuovi intellettuali del nostro tempo. Spesso interagiscono e collaborano con intellettuali come Franco Momigliano, Gianni Vattimo, come l’architetto Leonardo Benevolo.

Come l’urbanistica medioevale –scrive ancora Giovanni Maria Pace- “è incentrata su chiese e monasteri come centri di vita nuova, spirituale e materiale, di vita civile, allo stesso modo, le città moderne, contemporanee devono puntare sullo sviluppo organico, sulla zona verde e sull’ambiente umano, per una città-giardino.

Dove la piazza è centro di vita, come composizione architettonica spaziale e scenografica, come centro religioso, civile e commerciale”.

A proposito del verde, dell’ambiente, c’è da sottolineare che mentre, già tuteliamo edifici storici e ambiente, c’è un patrimonio del quale pochi si curano: il paesaggio e la sua diversità. Solo oggi, cominciamo ad occuparci di questo paesaggio. Nascono ed hanno successo i “paesaggisti” , cioè gli architetti che studiano e curano il paesaggio, nelle sue molteplici sfaccettature e potenzialità.

Solo oggi, precisamente nel giugno 2007, è nato, in Toscana, nel Mugello, il primo “Parco rurale italiano”, che tutela e valorizza il paesaggio storico-culturale , l’insieme di quelle attività umane che, nel corso dei secoli, hanno modellato il territorio. “E’ un progetto pilota che prevede un vero e proprio restauro paesaggistico”. Natura e paesaggio non sono la stessa cosa. In Italia, prevale spesso un ecologismo di derivazione nord-americana, che premia il recupero della naturalità del territorio. In Paesi dove l’attività umana ha inciso relativamente, ciò può avere un senso. Ma noi non siamo l’Amazzonia, rappresentiamo altri valori. Nel nostro territorio, l’uomo plasma la natura da sempre, il paesaggio è, quasi ovunque, il risultato dell’interazione millenaria tra uomo e ambiente.

E’ cultura, come scrive Speroni su “Io Donna” di sabato 9 giugno 2007. C’è un rapporto tra storia dell’arte e storia della città. Un nuovo tipo di città che, liberata dalle contraddizioni interne, arricchisca e favorisca l’evoluzione umana. E’ una città, un territorio che è archivio della memoria, è un museo a cielo aperto. Dove anche i graffiti possono essere espressioni d’arte, che hanno radici antiche. Basta pensare alle case colorate dell’antica Roma, alle insegne, alle scritte che abbiamo trovato negli scavi di Pompei ed Ercolano.. Anche le città medioevali, da Siena a Mantova, a Brescia, erano colorate, asimmetriche. Persino Leon Battista Alberti riconosceva che le strade curve delle città servivano per frangere le raffiche di vento e per dare prospettive diverse ai palazzi.

Le città medioevali erano dipinte, come le chiese e i palazzi, all’esterno, con immagini non solo sacre ma di impegno civile. Dunque le città si raccontavano e si rinnovavano nei colori. Lo stesso si può dire per le città rinascimentali, dove pittori come Polidoro da Caravaggio (allievo di Raffaello) e Maturino da Firenze decoravano, con ornati classicheggianti, le facciate dei palazzi, dove pittori come Tiziano e Giorgione decoravano il “Fondaco dei Tedeschi” a Venezia.

Ai tempi nostri, artisti come Burri, Tapiès, Rauschenberg, Warhol, Basquiat e Keith Haring, rifacendosi alle tradizioni antiche, reinventano la dignità dell’arte di strada. A partire dal 1968, si scoprono le pareti delle città come spazio degli interventi di migliaia di giovani (se si escludono città come Dozza e Cormons), quasi tutte quelle immagini sono state cancellate, all’insegna della convinzione che non c’è arte se non in cornice ed esposta in musei o in gallerie d’arte pubbliche e private.

Personalmente, sono convinto che, specialmente nei quartieri di periferia delle grandi città, sarebbe auspicabile illustrare con scritte, con immagini, con racconti, con pareti colorate, tanti palazzi brutti, senza personalità né caratterizzazione. Così che questi palazzi decorati, colorati, concorrano a caratterizzare quei quartieri, a farli uscire dall’anonimato”

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