Crisi e salute

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I profondi mutamenti della società, inuti alla crisi contingente, impongono ripensamenti e scelte anche in un campo fondamentale come quello della Sanità. art. del Sen. Paolo Danieli

 

Ormai lo abbiamo capito tutti: il modello di società che il sistema ci impone è qualcosa di diverso da quello in cui eravamo abituati a vivere. Se sia giusto o sbagliato è argomento su cui riflettere. Soprattutto sulle cause. Ma è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Almeno per gestire il gestibile, visto che le decisioni che contano vengono prese sopra le nostre teste e lontano da qui.

Prendiamo la sanità. Quando c’è la salute c’è tutto! dice la saggezza popolare. Ed è vero. Il diritto alla salute è infatti uno dei diritti fondamentali.

 

L’assistenza sanitaria fondata sul principio universalista, che vuole che ogni cittadino abbia diritto a essere curato gratuitamente per il semplice fatto di esistere, è, oltre che manifestazione di civiltà, uno degli elementi qualificanti del nostro welfare ed il motivo per il quale il nostro sistema sanitario è considerato uno dei migliori al mondo assieme a quello britannico.

Il Regno Unito ne va talmente fiero che ne ha fatto una bandiera da sventolare davanti al mondo in occasione delle Olimpiadi. Il che significa che gli inglesi non ci pensano minimamente a rinunciarvi. Cosa che invece stiamo facendo/subendo noi a poco a poco, senza quasi accorgersene. Sarà perché l’Inghilterra, pur aderendo all’Unione Europea, s’è tenuta la sterlina; sarà perché in Italia le cose stanno andando come stanno andando, ma uno dei tanti effetti nefasti della crisi è lo smantellamento surrettizio del nostro sistema sanitario.

Non è che si metta in discussione il principio fondante, anche se qualche avanguardia neo-liberista ci prova. Solo che ciò che doveva essere gratuito sta pian piano diventando a pagamento. Basti pensare all’effetto liste d’attesa. Nessuno disconosce il diritto a curarsi gratuitamente presso la struttura pubblica. Solo che spessissimo la lunghezza delle liste d’attesa costringe il paziente a ricorrere a prestazioni a pagamento per accorciare i tempi. Oppure all’effetto ticket. Esso sarebbe anche una giusta barriera per frenare il ricorso smodato e molte volte ingiustificato al Servizio Sanitario Nazionale, sia per ciò che concerne l’acquisto dei farmaci, sia l’accesso alle prestazioni diagnostiche. Ma in certi casi aver aumentato il ticket fino a raggiungere il costo della prestazione in sé significa spingere la gente a farsi l’esame del sangue o la radiografia privatamente. Tanto, euro più, euro meno, costa uguale!  Poco male, si può obiettare: ognuno è libero di andarsi a curare dove vuole. Verissimo. Solo che, tanto per capirsi, portando all’estremo questo ragionamento, si potrebbe verificare la situazione che gli italiani pagano la sanità due volte. Una con le tasse, l’altra pagando di tasca propria questo o quell’esame. E così va a farsi benedire il principio universalista. Ed è un vero peccato.

 

La colpa sarà anche delle ristrettezze del bilancio dello stato. Ma solo in parte. Se non ci fossero ospedali da chiudere che rimangono aperti per demagogia e clientela; se non si fossero milioni di accessi impropri ai Pronto Soccorso; se non ci fossero prescrizioni di farmaci inutili per compiacere  pazienti ipocondriaci o collezionisti di scatole di medicine che poi scadono regolarmente nel cassetto stracolmo; se non ci fosse troppa facilità nel prescrivere esami diagnostici; se non venisse alimentata la conflittualità sanitaria che genera la medicina difensiva che pure ha un costo notevole; se ci fosse un sistema di assistenza domiciliare integrata efficiente che risparmi ricoveri inutili; se ci fosse un’adeguata rete di medicina del territorio, ecco, allora non ci sarebbe da mettere in discussione proprio niente.

Invece, soprattutto per colpa delle regioni del sud, il sistema mostra le corde e sta diventando insostenibile.

 

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