Consiglio Comunale: ruoli da correggere o da riformare?

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Questa politica così tanto sconosciuta sebbene molto discussa e criticata in verità è da conoscere meglio se vogliamo nobilitarla. Ci ha esternato il proprio pensiero in proposito il consigliere comunale in Modena Achille Caropreso. Argomenti importanti che, ci auguriamo, altri consiglieri vorranno approfondire.

Dottor Caropreso, in Consiglio comunale a Modena lei siede come Indipendente. In estrema sintesi: la sua è stata una presa di distanza da troppa politica o da una attuale debolezza  del Consiglio comunale nel suo complesso? Detto in parole povere, a seguito della elezione diretta del sindaco quale ruolo e quali poteri si esercitano in consiglio comunale? Qualcosa deve cambiare?

 

E’ indubbio che la nuova legge sugli Enti locali ha  attribuito alla figura del sindaco, ed alla giunta, poteri prima impensabili, per cui i consigli comunali non hanno più quel potere “ di vita e di morte” che detenevano circa la permanenza in carica del sindaco e della giunta medesimi. Sussiste, però, e non è poco, un potere di controllo, indirizzo ed impulso che i singoli consiglieri devono saper sfruttare al massimo, con impegno e lavoro: è questo il nuovo ruolo del consigliere comunale. Per ciò che mi compete , confermo che la mia non è stata  una presa di distanza dalla troppa politica, bensì dal  modo di fare politica. Nella seduta del 10 luglio 2006, nel corso della quale  ufficializzai la mia  uscita dal gruppo di Forza Italia per costituire il Gruppo Indipendente, affermai che  non si può fare politica considerando la cittadinanza  divisa o – peggio ancora – con l’ intento di dividerla  tra guelfi e ghibellini; né si può fare opposizione bocciando tutto ciò che viene dalla giunta  per il solo fatto che essa è di sinistra, senza pensare alla ricaduta che certe scelte hanno sulla vita quotidiana delle famiglie, una vita  a volte drammatica. Insomma non condividevo  la  strategia  della polemica pura e semplice:  chi amministra la città, anche in veste di consigliere comunale,  ha il dovere di pensare  in primis al bene della comunità, poi agli eventuali  interessi  del  partito di appartenenza.   

 

Siamo arrivati alla democrazia condizionata nello stesso tempo sia dalle masse che dalle minoranze organizzate: Da una parte si cerca un sindaco, possibilmente super star, che mieta consensi oltre il proprio schieramento e trovi gradimento anche nella coalizione avversaria. Dall’altro un fiorire di comitati spontanei, il più delle volte  di rivendicazione pura, che mettono in secondo piano il ruolo dei partiti collegandosi direttamente con chi è al governo. Siamo al declino della politica o alla vitalità  amministrativa ?

 

La legge, proprio perché prevede l’ elezione diretta del sindaco, ha voluto creare una figura politico-istituzionale tale da primeggiare non solo nell’ ambito del proprio schieramento ma anche – se possibile – nell’ ambito dell’ elettorato di opposizione: non a caso la legge elettorale prevede il cosiddetto voto disgiunto, proprio per consentire di scegliere il candidato  consigliere dello schieramento preferito, ma anche per esprimere il voto in favore del  sindaco che appartenga alla coalizione avversaria. Un sindaco – console, in altri termini. Ciò, però, non ha impedito che – soprattutto in questi ultimi tempi – abbia preso piede tra i cittadini il ricorso ai comitati che – più o meno spontaneamente – nascono in antitesi alla giunta o al consiglio comunale, o ad entrambi. Si ha la sensazione che i cittadini eleggano sì il sindaco ed il consiglio affinché amministrino la città , ma con la sovranità limitata. In altri termini: sì, io ti eleggo per amministrare ma …solo se fai ciò che mi va bene, altrimenti  promuovo  “contro”  un bel comitato. A questo punto si corre il rischio di trasferire il governo della città dagli organismi  eletti alla piazza, ma, come ha detto il  Capo dello Stato, il potere non compete alle piazze. Tale fenomeno, a mio avviso, è motivo di declino dell’ attività amministrativa, al limite della gestione spontanea della cosa pubblica E’ ciò che sostanzialmente è avvenuto nel caso delle microaree per nomadi, allorché i comitati hanno minacciato di marciare su Piazza Grande, minaccia peraltro soltanto accantonata ma non abbandonata..        

 

Ma in una società tanto frammentata, con i partiti politici scavalcati, su questa nave spogliata di ideologie e di cultura, poi  chi produce e fa sintesi politica? Non c’è il rischio che questo virtuoso natante alla lunga  imbarchi qualche bucaniere?

 

La sintesi compete agli organi eletti per governare:  rispettando la  cosa pubblica e con il senso delle istituzioni , prima di tutto, poi con la sensibilità politica di  comprendere gli accadimenti. Chi amministra una città,pertanto
, deve captare quali sono i temi sui cui  può decidere… e basta,  ed al contempo rendersi conto dei problemi sui quali – prima di decidere – è necessario, invece,  consultare i cittadini. Sia chiaro, però: gli esiti della consultazione non sono  vincolanti,  poiché alla fine chi deve decidere è solo chi amministra la città poiché è stato eletto per fare ciò. Non è minacciando la presa della Bastiglia che si salva la democrazia, anzi. Fare sintesi vuole anche dire rendere le città a misura di persona, poiché il cittadino non solo ha il diritto di sentirsi parte della comunità, bensì deve “ vivere la comunità “. Vivere la comunità significa sentirsi protagonista e non solo  ospite della stessa. Chi si sente protagonista nella  comunità, la rispetta e al contempo rispetta chi è stato eletto per governare; per tal motivo  è indispensabile  tenere sempre vivo il rapporto fiduciario tra cittadini ed eletti,  proprio per  scongiurare la marcia  su  Piazza Grande.   

     

 

Un Consiglio comunale oggi ha la possibilità di esercitare il proprio ruolo di primo titolare delle molteplici istanze politiche della città o invece è costretto ad andare al rimorchio dei temi e dei tempi scanditi dalla giunta o dalle giornaliere rivendicazioni settoriali?

 

Proprio per i motivi di carattere legislativo cui ho fatto riferimento nelle precedenti domande, ammetto che oggi è facile trovarsi al rimorchio dei temi e dei tempi che impone la giunta; sembra quasi che il legislatore lo abbia voluto. E’ pur vero,però, che l’ esercizio dell’ attività di controllo e di  impulso  che competono  al singolo consigliere sono il contrappeso di cui  il consigliere stesso può, anzi, deve servirsi per tenere sotto pressione la giunta: il ricorso alle istanze consiliari, la richiesta di dati e notizie, le sollecitazioni a  convocare le commissioni  tecniche, l’audizione di esperti  dell’ apparato comunale o di esterni, sono tutti strumenti  che possono di fatto “ costringere “ la giunta a muoversi in un modo invece che in un altro. Circa le rivendicazioni settoriali, il consigliere comunale deve avere la sensibilità di  discernere le rivendicazioni che possono giovare all’intera  città,  da quelle che invece giovano solo a gruppi portatori di interessi particolari.  Ovviamente le rivendicazioni del secondo tipo andrebbero lasciate cadere: uso il condizionale poiché, sovente, particolarmente  chi è all’ opposizione tende a cavalcare la tigre delle rivendicazioni settoriali, salvo poi trovarsi in difficoltà allorché  dalla tigre si debba scendere.  

 

 

Quale dottrina, quale filosofia, quale filone culturale sta applicando la giunta Pighi nel governare Modena?

 

Sostanzialmente il filone culturale del dialogo: chiunque lo voglia può dialogare con i componenti la giunta, dal sindaco Pighi agli assessori. Ovviamente il dialogo richiede  che si sia in due,  altrimenti avviene ciò che è accaduto di recente, allorché  un’ associazione imprenditoriale  ha organizzato   un convegno sul tema della sicurezza in città, ma non ha  invitato  il sindaco ( salvo errore non sono stati invitati neanche i consiglieri capigruppo). E’ stato uno sgarbo non da poco,  e si è privato il dibattito di un interlocutore che doveva essere presente. Il dialogo, dicevo, è il modo migliore per coinvolgere i cittadini,  ed anche i partiti di minoranza, nel governo della cosa pubblica, anche se, in ultima istanza, il dovere di decidere spetta sempre e comunque a chi amministra. Un errore, però,  è stato  commesso dalla giunta sul noto tema di Piazza XX Settembre; come dicevo in precedenza è necessario distinguere tra i temi che richiedono una decisione…e basta, da quelli – come appunto il caso di Piazza XX Settembre – che invece richiedono il confronto con i cittadini. In tale circostanza il dialogo è volutamente  mancato e – sinceramente –  non ne ho compreso il perché. Noto anche, da parte dell’ attuale amministrazione,  lo sforzo di allargare- in prospettiva delle prossime elezioni –  la base politica di governo della città: oltre i partiti politici e verso la società civile;  ciò è molto importante   poiché la “conquista” della  società civile sarà la carta vincente delle prossime tornate elettorali. 

 

 

L’ alternanza nel governare Modena che non esiste da oltre 60 anni, pesa su questa città? 

 

Modena, di fatto, è stata amministrata per sessanta anni  dalla medesima forza politica sebbene  allargata al mondo cattolico e socialista. Perché ciò sia avvenuto,  richiede un’ indagine storica , estesa oltre i confini cittadini; principia dalla cosiddetta “ crisi di fine secolo” ( il secolo XIX) allorché attraverso le società di mutuo soccorso ed il movimento cooperativo si creò   un tessuto sociale ricco di solidarietà  che confluì – oserei dire inevitabilmente – nella struttura politica dei nascenti  partiti di sinistra. Né  si può dimenticare il movimento sindacale di Guido Miglioli  che vide nell’ alleanza con i movimenti di sinistra lo sbocco politico naturale del sindacalismo cattolico. Insomma, guardando la storia della nostra Regione, si ha difficoltà ad intravedere – almeno per il passato – un’ alternativa alla sinistra: ciò ovviamente vale anche per Modena che è stata una delle città emiliane capofila del movimento cooperativo e sindacale. D’ altra parte, se il mondo cattolico modenese ha visto nella sinistra l’ alleato naturale,  cosa ha fatto la destra per ostacolare tale tendenza? Nulla, anzi, ha partorito il fascismo che – una volta caduto – ha ulteriormente  rafforzato i movimenti di sinistra ed il mondo cattolico ad essi vicino. Ciò ha portato allo stallo della politica,  anche perché  il centro destra non è stato in grado di organizzare una palestra della politica tale da fornire alla città la  classe dirigente in grado di sostituire quella della sinistra e del centro sinistra: anche un problema di nomi, insomma, oltre che politico ed ideologico. 

 

Come se ne esce secondo Lei?

 

Come uscire da tale situazione? Ovviamente la destra ed il centro destra devono dapprima organizzare una vera e propria scuola della politica – cosa  peraltro che  è iniziata in questi ultimi anni –  e, quindi,  con tale  rinnovata e politicamente più  acculturata classe politica, affrontare il giudizio dei cittadini,  fin dalle prossime amministrative. In tale contesto, una via d’ uscita dallo stallo è altresì costituita dalla volontà – sia a destra che a sinistra –  di allargarsi il più possibile verso la società civile. In sintesi: qualcosa si sta movendo da una parte e dall’ altra anche se non esistono più le Frattocchie ( almeno quelle di una volta) e la Camilluccia.

 

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