Considerazioni sull’Italia e la sua forza lavoro di oggi e di domani

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Primo marzo, la manifestazione “”24 ore senza di noi”” indetta un po in tutto il paese e promossa ( non si sa bene e di preciso da chi ) contro il razzismo nei confronti dei lavoratori stranieri in Italia, non ha lasciato che una flebile traccia, nessuno che se ne sia realmente preoccupato: si è capito benissimo che uno sciopero di massa di questi lavoratori è un evento di fantasociologia che non vedrà mai la luce. Rimangono le cifre, con l’incognita X degli irregolari: nel nostro paese vivono 4.8 milioni di immigrati, i lavoratori stranieri producono grosso modo il 10% della nostra ricchezza (PIL, prodotto interno lordo). Solo di colf e badanti, dopo il recente decreto di regolarizzazione, ce ne sono un milione e centomila ( più altri 400mila italiani/e).

Al mercato del lunedì ho sentito un immigrato porre ad un vigile questa domanda : “” Perché per far parte di questa comunità devo prima avere un lavoro e pagare le tasse? In questo paese lo sanno tutti che sono in molti italiani a non pagarle, ma non per questo sono considerati meno cittadini degli altri .”” E’ con ragionamenti di questo tipo che si rischia di accettare come irrimediabile una logica che vuole l’evasione e l’irregolarità tollerati allo stesso modo da uno Stato che non riesce a gestire né l’uno né l’altro. Ma studiamo un poco le cifre dei lavoratori, italiani e immigrati, quello che chiamiamo “”forza lavoro”” e che corrisponde a circa 23 milioni di lavoratori, su una popolazione di 60,5 milioni di abitanti.

Gli immigrati, da recenti studi OCSE, rappresentano il 6,4% della forza lavoro, pari cioè a circa un milione e mezzo di individui. Ciò significa che, sul totale di 4,8 milioni di immigrati, ben 3,3 milioni non sono lavoratori ma ricongiungimenti famigliari e figli: ragionando per assurdo, se questo paese dovesse aver bisogno di 3,5 milioni di lavoratori stranieri dovrebbe prepararsi ad una immigrazione totale di 14,4 milioni di individui.

Ma perchè ora abbiamo bisogno di una “”forza lavoro”” di un milione e mezzo di immigrati, quando abbiamo 2,5 milioni di italiani in cerca di occupazione, una disoccupazione vicina al 9%, una disoccupazione giovanile al 24% più un numero imprecisato di giovani che non si iscrive nemmeno più alle liste ? Che spinta al PIL possono dare colf e badanti e addetti ai servizi sociali? Sono solo attività di servizio che non producono nulla, sono solo un costo, in massima parte derivante da vecchi errori di politica nel programmare forme di assistenza agli anziani e ai disabili diversi da quelli adottati negli altri paesi EU.

Ogni anno si sono persi, da almeno due decenni, 30mila posti di lavoro nelle grandi industrie di produzione, assorbiti in massima parte nel terziario e nei servizi, ovvero senza creare ricchezza, indispensabile per finanziare i progetti di solidarietà e di welfare.

Risultati? Il risultato è che, pur rimanendo nel novero delle otto grandi economie mondiali, siamo scivolati oltre il ventesimo posto in EU come PIL pro capite: abbiamo una produttività di ricchezza sempre più bassa, e ancor di più, tra i 30 paesi più industrializzati siamo gli ultimi come crescita del PIL negli ultimi tre anni. Come cornice a questo quadro, va ricordato che abbiamo il secondo peggior debito pubblico del mondo, praticamente in caduta libera.

Si produce meno PIL, quindi meno ricchezza da distribuire, di conseguenza non si possono abbassare le tasse sui cittadini, sul lavoro, sulle aziende, sulle pensioni, non si possono abbassare nemmeno i contributi previdenziali, che anzi vengono costantemente aggiornati, anche se sappiamo che le pensioni che verranno erogate tra 30-40 anni saranno molto inferiori alle attuali.

I giovani continuano a pagare caro e riceveranno in cambio una miseria. L’Italia inoltre resta il paese con le maggiori disparità regionali in materia di disoccupazione, si va dal 4% in Lombardia al 24% in alcune zone del Sud, dove uno su quattro è disoccupato cronico, sempre al Sud la disoccupazione femminile è così alta che la media nazionale, anch’essa da primato in EU, risulta del 46%. Questo non è un paese per donne..lavoratrici. Eppure al Sud, l’abbiamo visto, i flussi d’immigrazione stagionale richesti dalle regioni sono sempre insufficienti, a fronte di una gioventù sempre meno attiva e sempre più portata a iscriversi all’Università e protrarre gli studi oltre i limiti del fuori corso. I “”bamboccioni”” ed i nullafacenti non sono invenzioni di un qualche ministro in vena di scherzi, sono una realtà che inizia a formarsi dai teenager, lo dice l’OCSE: il nostro bel paese è secondo solo alla Turchia, con l’11% dei ragazzi e l’11,4% delle ragazze tra i 15 e i 19 anni che non vanno né a scuola né al lavoro. Un paese in crescita, ci dicono, mentendo, perchè l’incremento del nostro Pil pro-capite, nel quinquennio 2001-2006, è stato pressoché prossimo allo zero, relegandoci al ruolo di fanalino di coda anche nel campo della “”produttività multifattoriale””, quella che include fattori essenziali allo sviluppo quali l’innovazione tecnologica e organizzativa, nella quale vantavamo eccellenze inesistenti, evidentemente. Siamo in pieno mercato globale, il protezionismo è cosa morta, vietata, dovremo vedercela con il mercato americano e quindi con quello cinese e indiano: siamo pronti a farlo, ne abbiamo le capacità? Guardando come ci siamo comportati nell’ultimo decennio ce da farsi tremare i polsi…Consideriamo le differenze di produttività e reddito rispetto agli USA: il PIL per “”ora lavorata”” che nel 1995 era pari a 91, ponendo 100 quello degli USA, nel 2006 era sceso a 76. Ugualmente il PIL pro-capite che nel 1995 era pari a 74, nel 2006 era sceso a 66. In entrambi i casi l’Italia è a fondo classifica tra i maggiori paesi industrializzati.

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