Come un fiore all’occhiello

Condividi su i tuoi canali:

“Pagine memorabili del giornalismo italiano”Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

 

 

Come un fiore all’occhiello

 

La vetta del K2 conquistata dalla spedizione italiana del prof. Desio

 

Per quel tricolore legato al manico di una piccozza piantata sulla più alta vetta del mondo che fosse tuttora inviolata, oggi noi italiani andiamo per via come ci fossimo messi un fiore all’occhiello, con passo più alacre, con cuore più lieve.

Non ci è giunto alcun particolare dell’ultima scalata compiuta dalla spedizione del professor Ardito Desio, non conosciamo il nome di chi primo abbia posto il piede sulla cima, e questo non importa, perché una cima non è conquistata da un singolo individuo, ma da una intiera cordata, una squadra di uomini che, legandosi uno all’altro, si consacrano solidali nello stesso rischio, per la stessa vittoria o la stessa morte. Oggi ognuno di noi può immaginare, con una fantasia che sarà sempre inferiore alla realtà della cronaca, il modo e il progresso della conquista; le successive tappe dell’attacco alla gigantesca montagna, compatta di gelo; e l’ultima arrampicata, su per schegge e per scale di roccia che il sole della stratosfera ha spogliato della neve, per gradini intagliati nel ghiaccio, per rughe di lastroni rapidissimi, traverso ponti di neve; con movimenti cauti e misurati per l’aria razionata fornita dagli zainetti di ossigeno, con la pelle del viso bruciata dal vento; in solitudine enorme, in un anfiteatro ostile di altre vette intatte, di creste di ghiaccio eterno che ha la stessa età della terra da cui scoppiano improvvise bufere; un disumano esilio, remotissimo dal mondo dei viventi, al che la notizia della conquista, di apparecchio radio in apparecchio radio, ha impiegato quattro giorni per arrivare al mondo civile.

Tutta la montagna si era armata per resistere all’attacco degli uomini. La spedizione si era messa in cammino dagli ultimi luoghi abitati verso la fine di aprile; e subito nevicate e tempeste ostacolarono la marcia; sì che i conquistatori poterono porre il primo campo a quattromila metri di altezza soltanto il primo di giugno. A metà strada i portatori indigeni si erano ribellati, avevano buttato via i carichi ed eran tornati al loro paese considerando di cattivo augurio quelle inaspettate intemperie in una stagione che ha generalmente i giorni più sereni dell’anno. Si cercarono altri portatori, si ricostruì la carovana, fu stabilito un secondo campo sui 4.900 metri , all’orlo del ghiacciaio del Baltoro, cento metri più alto del Monte Bianco. Il 21 giugno morì per un feroce attacco di polmonite, il più forte, il più preparato degli alpinisti della spedizione, Mario Puchoz, guida valdostana. Lo piansero i compagni, ma non sbigottirono, e, seppellendolo ai piedi della montagna, giurarono a se stessi di conquistarla per vendicarne la sorte.

Alla fine di giugno dopo altri 20 giorni di maltempo, gli scalatori posero il campo a 6.400 metri . Un mese è passato da allora. Laconiche notizie ci annunciavano di tanto in tanto l’impianto di un altro campo, sempre più in alto, a 7.000, a 7.800, a 8.500 metri ; con poche parole di commento, il miglioramento del tempo, misurate espressioni di speranza; solo chi ha percorso le più alte creste delle Alpi, sbigottiva dentro di sé immaginando quella infinita vigilia di settimane nella rarefatta atmosfera che per ogni lieve movimento sforza i muscoli, vuota immediatamente d’aria i polmoni, fa battere violentemente il sangue nelle tempie e abbacina la vista.

Misureremo più tardi in tutto il suo impegno questo tenace sforzo di nervi e di volontà quando ne conosceremo i particolari dalla viva voce dei ritornati. Oggi basta la notizia pura e semplice dell’impresa a rallegrarci, noialtri cittadini qualunque senza ambizioni e abilità e competenze speciali, che amiamo la patria di un amore patetico e disinteressato, e ci infervoriamo per fatti che danno celebrità e rinomanza a questo o a quel concittadino e dai quali, per dirlo in lingua povera, non ci verrà mai nulla in tasca; eppure ci consolano della nostra pena quotidiana, ci dispongono con più rassegnazione a subire le conseguenze di altri eventi fuori di noi o a cui partecipiamo solo come oscuri gregari e necessarie vittime, e dei quali porteremo per tutta la vita le tristi conseguenze. Notizie come questa, ch
e giunge da Karachi, sono le nostre feste di poveri diavoli; ma gli ultimi tempi s’eran fatte dispettosamente rare.

Giunge quindi in buon punto a interrompere una serie di notizie grigie, la purissima vittoria di alpinisti italiani, valdostani e veneti la più parte. La conquista del K2, la più alta vetta del mondo dopo l’Everest, della quale è di 250 metri più bassa, ma è più ardua dell’altra, più erta; fatta come una Jungfrau, come un Monviso dalle spalle più larghe, come un Monte Bianco più aguzzo; per cui alle naturali difficoltà dell’aria più rara e delle improvvise bufere, si aggiunge per gli scalatori la ripidezza delle pareti di ghiaccio liscio e di diritta roccia.

Ma abbiamo altri motivi, più seri, per andare legittimamente orgogliosi di questa impresa. Non è ignoto del tutto agli stranieri che le nostre vallate educano eccellenti guide alpine, godono di una certa rinomanza presso di essi le nostre truppe di montagna celebrate al tempo della prima guerra mondiale dal Kipling e recentemente dal popolare Hemingway; ma, all’infuori di queste cognizioni che non sono di tutti, e del ricordo di un gigante friulano che si chiama Carnera, non ci fanno molto credito per imprese per le quali non è sufficiente un impeto bersaglieresco o una spavalda temerarietà che bastano a farci vincere qualche corsa internazionale di biciclette o qualche campionato di scherma. Generalmente gli stranieri danno di noi, se ci hanno competitori in imprese che richiedono qualità atletiche e doti di perseveranza e di lunga pazienza, quel giudizio benevolo che il Tasso dette degli abitanti della Turenna: “La terra molle lieta e dilettosa/simili a sé gli abitator produce”.

Giudizio ingiusto, siamo d’accordo, di gente che non sa di Marco Polo o di Cristoforo Colombo, di Padre Chino e di Enrico Toti, del Duca degli Abruzzi e del Capitano Sora. Ma insomma non ci ritengono fra i più adatti a gesta che richiedono una lunga preparazione scientifica, una minuziosa preparazione, una resistenza atletica di settimane; e la notizia di questa vittoria lì sorprenderà moltissimo; per il modo di essa, e il silenzio in cui è stata preparata e compiuta.

Paolo Monelli

(da «LA STAMPA 4 agosto 1954»)

 

 

tratto da: Giornalisti grandi firme Eugenio Marcucci ed. Rubettino pag. 325

 

 

[ratings]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

In evidenza

Potrebbe interessarti anche...

Educare in tempo di crisi

Conferenza del professor Gianpaolo Anderlini al BLA di Fiorano Modenese Giovedì 29 febbraio 2024 il terzo incontro del ciclo 2024 di incontri organizzati dal liceo Formiggini,