Come Pellerossa e Inuit

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""...quale senso ha la vita di persone che hanno lavorato trenta, o quarant’anni e poi ne vivono, in condizioni di malattia o di inabilità, o di semplice vecchiaia, altri cinquanta, o sessanta, sbilanciando così, a proprio favore, gli anni vissuti rispetto agli anni lavorati…"" articolo di A.Z.


 

Ne hanno riparlato in molti, forse in troppi, e non sempre spinti dalla pietà, ma più spesso dal meno elevato scopo della propaganda politica. Non aggiungerò nulla, pertanto, nemmeno il suo nome, anche se il primo anniversario della sua morte, il 9 febbraio scorso, con certe polemiche ha riaperto anche il tema del testamento biologico e ciò che lo ispira e lo anima, ossia il concetto della titolarità, o meno della propria esistenza, con la facoltà che ciascuno di noi ha di scegliere, con un eufemismo abbastanza ipocrita, il come e il quando del “fine vita”. La salute dei cittadini, l’istruzione, la protezione civile non sono merci da trattare in base a leggi di mercato, non possono essere gestite come si gestirebbe un’impresa. Ci sono servizi che sono erogati per così dire “in perdita”, se guardassimo ad essi come a qualcosa che deve avere un ritorno economico.

Non avrebbe senso, stando a questo concetto, la cartolina recapitata alla vecchietta che vive in un casolare sperduto, come pure  salvare da un’alluvione o da una slavina chi ne è stato travolto. Allo stesso modo, regolamentare  con leggi, secondo logica, ciò che appartiene alla sfera etica, cioè la vita umana e il suo mistero, è cosa ardua, o impossibile. Ma, se comincia ad aprirsi una crepa in quelle che sono le colonne portanti di uno stato che non è un crudele Moloch ma qualcuno che  tuteli e protegga la vita del cittadino, dal suo inizio, al suo spegnersi, cadranno baluardi intoccabili, almeno fino ad ora. Se pensiamo in termini razionali, che senso ha la vita, a volte lunghissima, di certi disabili, quale ritorno ha lo Stato, economicamente parlando, dalle cure e dall’aiuto che essi ricevono per lunghi anni…E quale senso ha la vita, spesso una parvenza di vita, degli ammalati cronici, o dei malati terminali. Oppure quale senso ha la vita di persone che hanno lavorato trenta, o quarant’anni e poi ne vivono, in condizioni di malattia o di inabilità, o di semplice vecchiaia,  altri cinquanta, o sessanta, sbilanciando così, a proprio favore, gli anni vissuti rispetto agli anni lavorati…Non ha senso, queste spese sono inutili e, in una società che chiede di bilanciare i conti, chiede un ritorno economico per ogni servizio o bene elargito, queste vite sono vite inutili. Tutto ciò costa troppo, ormai. L’eutanasia, legale, sarà  forse la moderna versione dell’usanza che vedeva il vecchio Inuit[1], ormai incapace di cacciare, divenuto un peso e una bocca da sfamare, allontanarsi nella notte gelata, consapevole di intraprendere un viaggio senza ritorno; o i vecchi Pellerossa  che, quando  sentivano che la loro ora era giunta, prendevano serenamente commiato dai vivi e se ne andavano sulla montagna, a morire, allontanandosi dalla tribù, per ricongiungersi col Grande Spirito. Se passa il concetto, per il quale ogni cosa che si fa deve avere un ritorno utile, passerà anche il concetto di eutanasia, per chi è ammalato senza speranza, per chi è totalmente disabile o per chi, semplicemente, è vissuto troppo a lungo e, rispetto agli anni di lavoro da lui prestato, gli anni di pensione goduti saranno in numero  maggiore. Estremizzando il concetto, anzi, una volta raggiunta una ragionevole  età[2]questo potrebbe anche essere  il nostro preciso dovere verso le nuove generazioni, alle quali, da dissennati scialacquatori, già abbiamo fatto tanti torti, consegnando loro un mondo inquinato, una natura impoverita e malata, un clima alternativamente torrido e gelato. Sarebbe  un atto dovuto, una gran cortesia, diciamolo, da parte nostra, togliere il disturbo. E, se non fossimo così dotati di senso civico, se facessimo insomma resistenza, scioccamente intenzionati a vivere ancora, esse stesse, le future generazioni, potranno  sempre invitarci a uscire, con le buone o con le cattive, in una notte nevosa,con un eloquente “sciò”.

In fondo, a cosa servono i vecchi, non producono più nulla. Con l’eutanasia, essi, e molte altre vite inutili, cesseranno di rappresentare un costo, sottraendo  risorse ai soli cittadini che hanno diritto di esserci, in quanto produttivi, in piena salute, con un lavoro e quindi  con denaro a disposizione da spendere, in imposte, tasse e shopping. Cittadini  che formano una società  di uomini soli, atomi che compongono variamente le forze produttive, legati gli uni agli altri dalla  necessità del  lavoro, per il soddisfacimento dei propri bisogni e dei bisogni degli altri.

Tutto il resto, in una società similmente strutturata, è inutile ed è privo di significato tutto ciò che non rende qualcosa in cambio, nell’immediato o alla distanza.

Soprattutto risulteranno inutili tutte quelle “inutili cose”  che rendono il mondo, tutto sommato,  ancora un bel posto per viverci.

Esse hanno nomi assurdamente retrò. < /span>

Nomi come solidarietà, rispetto dell’altro, riconoscenza, dedizione. Tutte cose invisibili,  immateriali e astratte che hanno la consistenza della quale sono fatti i sogni, e la nostra stessa vita,  e noi. Il buon zio Billy aveva ragione.[3]

Soprattutto sono cose che, a lungo andare, spariranno.

A.Z.

 



[1]Il nome che gli Inuit usano per definire sé stessi, ossia “uomini”. Il termine “esquimesi”, letteralmente “mangiatori di carne cruda, è ritenuto da essi, invece,  un vero insulto. http://www.cnr.it/cnr/news/CnrNews?IDn=724

[2]Resta un dettaglio, stabilire quale età sia “ragionevole” per la nostra dipartita, indicare quella degli altri ci vede  sicuramente più pronti.

[3]Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita”- Prospero,  atto IV, scena I de  La tempesta  di William Shakespeare.

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