Cinema… nel pallone

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Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore,

non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore:

un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia…”

 

FRANCESCO DE GREGORI, La leva calcistica della classe ’68

“E’ la dura legge del gol

fai un gran bel gioco però

se non hai difesa gli altri segnano

e poi vincono…

Loro stanno chiusi ma

alla prima opportunità

salgon subito e la buttan dentro a noi,

la buttan dentro a noi…”

 

883, La dura legge del gol

 

 

Iniziata, come lo storico Watergate, con la scoperta di intercettazioni telefoniche compromettenti, la bufera che di recente ha investito il mondo del calcio ha finito per coinvolgere, giorno dopo giorno, presidenti e dirigenti, allenatori e commissari tecnici, arbitri e guardalinee, calciatori e perfino intere squadre, moviolisti e giornalisti sportivi. Ed è curioso che tale bufera si sia verificata in concomitanza con l’uscita, sul grande schermo, di una commedia calcistica a episodi prodotta da Paolo Virzì, dall’ironico più che accorato titolo di 4-4-2. Il gioco più bello del mondo, e con la messa in onda televisiva della fiction L’ultimo rigore. Venato d’ingenuo ottimismo tipicamente populista, siglato da un happy end alquanto improbabile, date le attuali circostanze, lo sceneggiato diretto da Sergio Martino ha visto la luce proprio nella settimana in cui altarini e magagne uscivano allo scoperto toccando vertici  tali da destare, nell’osservatore più attento, qualche lecito sospetto, oltretutto a pochissima distanza dall’inizio dei Mondiali di Germania.

Se lo sport nazionale per antonomasia sembrerebbe, adesso più che mai, rappresentare il cosiddetto Belpaese nei suoi aspetti più indecorosi, è anche vero che nella produzione cinematografica di casa nostra il calcio non ha goduto di caratterizzazioni particolarmente profonde, o comunque tali da vedersi riconosciute peculiari qualità poetiche: quelle a cui il calcio, inteso come gioco prima ancora che sport, avrebbe potuto facilmente rimandare se opulenza, arroganza, violenza, sopraffazione e tanto altro non ne avessero inquinato lo spirito. Il cinema italiano non ha quasi mai mostrato nei confronti del calcio quel pathos, quell’attenzione narrativa, in grado di metterne in risalto lo spirito e la poesia, riscontrabili invece in molti esempi offerti dalla cinematografia straniera (inglese perlopiù, ma anche statunitense).

Includendo anche passi falsi, da biografie romanzate i cui esiti sono schiacciati dal peso delle ambizioni all’origine (Best di Mary McGuckian, dedicato al mitico campione nord irlandese scomparso nei mesi scorsi), o allegre goliardie di difficile esportazione, non prive però di qualche curioso inserto digitale (Shaolin Soccer di Stephen Chow), il pallone non manca quasi mai di essere rappresentato in tutta la propria agonistica poeticità: a ribadirlo in modo anche più esplicito, basterebbero prodotti che sembrano volersi collegare a tendenze culturali di qualche passato decennio (il Free Cinema, per dirne uno), ma dalle connotazioni ancora vivacemente attuali (si pensi a My Name Is Joe di Ken Loach), talvolta non esenti da spunti di documentarismo (Hooligans di Philip Davis) e talvolta legati a opere letterarie di recente successo (come Febbre a 90° di David Evans, da un romanzo di Nick Hornby).

Negli ultimi anni il calcio è servito da sfondo per commedie garbate, anche se non esenti da messaggi edificanti ed ecumenismi vari (Sognando Beckham di Gurinder Chadha), ma non si può trascurare come, in passato, questo sport fosse poco più che un fattore secondario da cui partire per analisi psicologiche verso chi il calcio lo fa, lo pratica, lo vive in prima persona, lo sente come una seconda pelle. Spunti interpretabili, in un certo senso, come un approfondimento sulla solitudine dell’atleta (Prima del calcio di rigore di Wim Wenders, il cui soggetto reca la firma di Peter Handke). Senza essere obbligatoriamente mostrato, il calcio è presente anche in modo velato, non visibile all’osservatore che però avverte, in esso, un momento di temporanea serenità e distrazione per un paese in macerie: se occorre affrontare il proprio sfacelo e il conseguente riassestamento, non ci si lascia sfuggire però l’occasione di  vedere una partita diffusa da qualche schermo tivù nei paraggi (E la vita continua di Abbas Kiarostami). E la messa in onda di un match, a sua volta, può essere occasione di fuga per un bambino da un carcere minorile, senza dare nell’occhio (Salaam Bombay! di Mira Nair).

Nel versante della fantasy, come mostra una scena del disneyiano Pomi d’ottone e manici di scopa di Robert Stevenson, si può immaginare una partita di calcio giocata fra animali a disegni animati (con un gorilla in porta) abbastanza incuranti delle regole, e dunque capaci delle più eclatanti scorrettezze, di cui l’arbitro (un umano in carne ed ossa) fa ovviamente le spese. Ma l’aspetto agonistico del calcio giocato, ostentato in una chiave ingenuamente ottimista e magari siglato da lieti fini in cui la vittoria
nasconde a fatica il senso di una premiazione ch’è catartico riscatto, lascia anche alcune pagine memorabili: chi non ricorda la rovesciata di Pelè, o i ralenti sui calciatori Osvaldo Ardiles e Bobby Moore, in quello che resta probabilmente il film più famoso sul calcio, Fuga per la vittoria di John Huston?

Qui, un gesto atletico appare in tutta la propria poesia, come se ciascuna azione dei giocatori di volta in volta inquadrati fosse il singolo frammento d’una coreografia, ma i cui componenti sono atleti veri e propri, nomi storici e gloriosi del calcio all’interno di una mise en scène. Il calcio, qui, è anche eclatante metafora di vita, praticato da uomini capaci di azioni indimenticabili nella loro immediatezza, che di esso serbano un’idea che – prima d’essere filosofia – è saggezza, barriera contro un mondo sordido traversato da demagogie capaci di annientare la dignità e il reale valore di questi uomini. La partita è occasione di un riscatto, il recupero di un orgoglio, e la fuga il premio. Una morale, questa, che sembra calzare a pennello a un mondo del calcio – quello attuale – ridotto a un contesto di opulenta quanto dubbia moralità.

Questa lunga premessa per ribadire come il calcio in Italia, prim’ancora che nelle sue organizzazioni, quasi mai abbia goduto di narrazioni filmiche in grado di esplicare quanto accennato. Evento nazionalpopolare per eccellenza, ci si è probabilmente accontentati di viverlo sullo schermo, come nella realtà, sotto una luce chiassosa e superficiale anche se, tutto sommato, genuina e vitale. Ciò, ben prima che gli interessi economici di cui si diceva finissero per soverchiare ogni altro aspetto, generando o amplificando fenomeni collaterali inevitabilmente marchiati da becerume e volgarità, destinati nel tempo a divenire autentiche piaghe d’ogni celebrazione calcistica. Fenomeni generati da ignoranza e bassure, da etiche sportive soffocate dal troppo denaro,  da narcisismo e avidità. Fenomeni amplificati dall’invadenza di mass-media tesi a gonfiarne all’eccesso gli effetti di evento, ingigantendoli in quelle che erano (e restano) le sue polveri bagnate, per un pubblico di spettatori disposto sempre più a sublimare lo sport nei suoi esiti anche più discutibili e di consumo.

Col senno di poi, non si possono non rimpiangere i tempi in cui il calcio sul grande schermo, prima che sul piccolo, era superficiale sfondo per canovacci comico-farseschi, per la maggior parte imperniati sulla comicità di protagonisti mattatori e inclini al bozzettismo (I due maghi del pallone di Mariano Laurenti, con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia). Ma anche spunto per mettere in scena i primi segnali di qualcosa di oscuro, per iniziare a parlare di corruzione in ambito sportivo, sia pure buttandola sul comico (Il presidente del Borgorosso Football Club di Luigi Filippo D’Amico, con Alberto Sordi). Perlopiù, si è preferito sfruttare il tema-calcio in una salsa sguaiatamente ridanciana al centro di commediole teoricamente di costume, ma dalla facciata decisamente greve e qualunquista, che in realtà si accontentavano di essere poco più di barzellette filmate, irte di luoghi comuni, benché talvolta ispirate a figure realmente esistite di sportivi (L’arbitro, dello stesso D’Amico, con Lando Buzzanca).

Restano però lontani i tempi in cui la gloriosa (e compianta) commedia all’italiana riusciva a mostrare i mesti aspetti di un latente e sprigionante fanatismo calcistico, al servizio non solo (e non tanto) di pellicole incentrate sulla tematica in oggetto, ma persino di minifilm: episodi che nel corso di pochi minuti, riuscivano a dire ciò che i successivi scampoli tendevano a dilatare rompendone gli effetti satirici: come non ricordare il tifo indiavolato, urlato a squarciagola del baraccato Vittorio Gassman (che, per lo stadio, dilapida il necessario per il sostentamento della famiglia) nell’episodio Che vitaccia!, tratto dal film I mostri di Dino Risi? O i personaggi di Un giorno in pretura di Steno, un pretore e un imputato che il giorno prima s’affrontano in tribunale e il giorno dopo si ritrovano in curva, uno accanto all’altro, a tifare come scalmanati?

Perfino in una mitica commedia come Don Camillo, di Julien Duvivier, il calcio funge da pretesto, in quanto occasione tra altre di confronto ideologico e resa dei conti politica tra il parroco e il sindaco comunista, al timone delle due rispettive squadre. Aspetto, questo, ripreso assai maldestramente dall’omonimo remake di cui Terence Hill è interprete e regista, nel quale l’originario spirito che animava i personaggi di Guareschi  viene accantonato e, al suo posto, si assiste alla nascita del futuro don Matteo, fiction televisiva ante litteram condita, qui, dalle solite gragnole di cazzotti. E tutto perde così tanta attualità da mostrare l’invecchiamento di una maschera ormai non più adeguata ai tempi, risolvendosi noiosamente (tanto più che la partita si fa  escamotage per coinvolgere veri calciatori, sia pure in disarmo, nella parte di giocatori da oratorio).

Durante gli anni Ottanta, nel corso dei quali un’escalation di violenze, guerre di mafia e delitti vari contribuirono, da un lato, a mutare gli aspetti sociali e politici del Paese e, dall’altro, a diffondere una sorta di assuefazione verso l’illegalità, cui s’aggiunse la moltiplicazione di canali televisivi commerciali con relativa offerta di programmi tendenti al disimpegno, all’edonismo e all’ottimismo acritico, gli aspetti farseschi e ingenui attraverso i quali veniva rappresentato il calcio nei decenni precedenti, non solo non si fecero più seri ma peggiorarono di qualità. A testimoniarlo, è una filza di prodotti pensati (se così si può dire) seguendo logiche da piccolo schermo e a cui nuove leve di comici televisivi di effimero successo prestano volentieri la firma. Prodotti che sembrano pessima televisione e invece anticipano l’odierna realtà: tematiche socio-culturali scadono a caricatura di grana grossa, affondando nella banalità e nel luogo comune, e l’unico spunto satirico si riduce, nell’evidenza, alla parodia di figure calcistiche sulla cresta dell’onda, impersonate da beniamini del pubblico tivù che ripropongono la loro comicità macchiettistica senza nulla sforzarsi di aggiungere.

Gli esempi sono innumerevoli, se si contano anche gli episodi: Il diavolo e l’acquasanta di Bruno Corbucci (con Monnezza-Milian simil-Maradona), Paulo Roberto Cotechiño centravanti di sfondamento di Nando Cicero (con Pierino-Vitali in un doppio ruolo), Il tifoso, l’arbitro e il calciatore di Pier Francesco Pingitore (con Pippo Franco e il citato Vitali protagonisti di due rispettivi episodi), Mezzo destro, mezzo sinistro… due cal
ciatori senza pallone
di Sergio Martino (con Gigi e Andrea), e i segmenti tratti dai film Spogliamoci così senza pudor di Martino (protagonista Enrico Montesano) e Testa o croce di Nanni Loy (con Nino Manfredi).

Certo, qualche volenterosa eco sull’attualità si avverte anche in essi, sebbene faccia capolino negli ultimi istanti: in Bello mio, bellezza mia di Sergio Corbucci, il balordo protagonista (Giancarlo Giannini) riesce a sventare in extremis un attentato terroristico nel bel mezzo di una finale. E senza essere troppo schizzinosi, le due operine appena un po’ meglio confezionate di questa categoria, quelle che più hanno resistito alla prova del tempo, rimangono Eccezzziunale… veramente di Carlo Vanzina e L’allenatore nel pallone, ancora diretto da Martino. Il primo, in particolare, non solo riflette il fenomeno del calcio come fanatismo di un’Italietta sottoproletaria e piccolo-borghese, cialtronesca e naif, eppure dotata d’una vitalità incosciente e genuina, ma crea anche un nuovo tipo di linguaggio comico, fatto di icone, modi di dire, battute e tormentoni entrati subito nell’immaginario, affidato alla verve incontenibile di un Diego Abatantuono prima maniera, moltiplicato per tre.

Stessa osservazione si può fare anche per il secondo, interpretato da Lino Banfi (l’allenatore del titolo, il mitico Oronzo Canà), le cui vicende di piccole e grandi soperchierie, di diffusa corruzione dell’ambito gestionale calcistico, di squali e squaletti che vi nuotano numerosi, paiono anticipare scandali successivi. E’ doveroso osservare come nella maggior parte di questi film, l’invadenza del piccolo schermo e la sottomissione ad esso, risulti sottolineata dalla presenza, tra i volti noti di calciatori che interpretano sé stessi, anche di autentici giornalisti televisivi.

A distanza di circa un ventennio, un certo modo di fare cinema popolare, come di fare televisione, lascia ormai il tempo che trova: non basta più rispolverare vecchie formule di successo e ripensarle a tavolino allo scopo di ottenere i medesimi effetti. A dimostrarlo, è il recente mezzo fiasco del seguito di Eccezzziunale… veramente, diretto ancora da Vanzina e con un invecchiato Abatantuono ancora nel ruolo di mattatore.

Il calcio resta al centro di parodie sbracate il cui successo è dovuto al fatto che il loro umorismo, pur sempre di grana grossa, è comunque più schietto. Lasciamo perdere se poi tali prodotti si rivolgono a una fetta di spettatori ormai colonizzata dalla televisione, che al cinema ci va unicamente per ridere e dimenticarsi i guai. Ma l’immagine del Paese che ne esce, populista e furbastra, piccolissimo-borghese e imbecerita, fa premio su un pubblico che non nasconde ormai di riconoscercisi, dandogli nel contempo occasione di ridere di sé, e per questo di considerarsi intelligente e spiritoso. A questo tipo di pubblico si rivolgono prodotti come l’episodio del film Fratelli d’Italia di Vanzina (con Massimo Boldi milanista che si finge romanista per salvare la pelle) e, sempre dello stesso, S.P.Q.R. – 2000 e ½ anni fa (qui è di scena una partita tra milanisti e romanisti, in un’antica Roma che pare la Prima Repubblica), o Tifosi di Neri Parenti (nel cui cast, tra i volti noti, spicca anche l’ex-Pibe de Oro Maradona).

E’ pur vero che qualche  volenteroso sforzo si sarebbe potuto fare, avendone la possibilità, senza per questo rendere più patetica una sfera già di per sé a rischio a causa del profitto commerciale: a provarlo sono opere quali Ultimo minuto di Pupi Avati, Italia-Germania 4-3 di Andrea Barzini o L’estate di Bobby Charlton di Massimo Guglielmi. Ma mentre il film di Avati racconta il mondo del calcio di provincia con un certo disincanto, senza però rinunciare a un happy end troppo consolatorio e fiabesco per risultare convincente, gli altri due echeggiano solo alcuni momenti o personaggi più significativi del calcio per raccontare storie minimaliste (rimpatriate tra amici che sanno di “grande freddo”, o itinerari on the road che sono occasioni di confronto fra genitori e figli), ambientate in determinati periodi storici del costume italiano.

Lo sport come metafora di un atteggiamento psicologico che non rinuncia a infantilismi, è lo spunto per Santa Maradona di Marco Ponti, il cui titolo – oltre a essere un brano musicale del complesso Mano Negra – simboleggia la mitizzazione di un’icona pallonara, la sua trasformazione in divinità cui aggrapparsi nei momenti difficili, alla quale non è possibile rinunciare per non doversi ritrovare, privi di miti o idoli, disperatamente soli. Fermi restando nel cinema italiano di più recente produzione, il destino di uno scapestrato cantante (Toni Servillo) s’incrocia con quello – parallelo e molto simile, data anche l’omonimia dei personaggi – di uno stopper sfortunato (Andrea Renzi) che sogna di diventare un allenatore, concludendosi tragicamente, ne L’uomo in più. Nell’opera d’esordio di Paolo Sorrentino, tra l’altro, la vicenda del calciatore sembra echeggiare quella del povero Agostino Di Bartolomei.

C’è stato chi, come Ricky Tognazzi, ha preferito gettare uno sguardo verso la nicchia dei tifosi, guardando al calcio con un occhio rivolto agli ultrà del film omonimo, realizzato in un clima in cui ferve lo stile fintorealista più urlato ed esagitato. In realtà i pretesti sociologici e documentaristici sono momentaneamente accarezzati, salvo essere abbandonati subito dopo per una storia di gelosia, ripicche e vendette di un gruppo di giovani coatti allo sbando. Pur sempre avvertibile, tuttavia, è la voglia di un rinnovamento e di un effettivo clima di novità nell’analisi di un Paese costretto ad ammettere i cambiamenti di mode, gusti e tendenze generazionali nel frattempo avvenute.

A conti fatti, si può ben dire che il calcio, all’interno della produzione cinematografica italiana, è di casa altrove, rintracciabile semmai in piccoli episodi, talora banali e talaltra carichi di sarcastica ferocia: eppure meritevoli di qualche notazione, addirittura non privi di connotazioni poetiche, senza bisogno di affrontare esplicitamente la materia per far satira grossolana o facile umorismo. C’è ancora chi guarda una partita di calcio tra le mura domestiche, magari strepitando come allo stadio quando la squadra del cuore segna, come fanno Renato Pozzetto e Aldo Maccione in Fico d’India di Steno. Ma c’è anche chi opta per vederla senza che vi siano scocciatori a interferire o perfino ad essere presenti in salotto: in Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli, il padre Alberto Sordi e il figlio Vincenzo Crocitti zittiscono la povera madre di famiglia Shelley Winters, impedendole anche di accendere un lume che fa riflesso. C’è chi la partita la guarda da solo, sublimandola con il medesimo atteggiamento qualunquista e arrogante di quanti, del calcio, fanno un’ideale valvola di sfogo per le proprie frustrazioni (come mostra Io so che tu sai che io so, interpretato e diretto da Sordi).

Nell’ambito della commedia italiana anni Ottanta, c’è chi, come il Massimo Troisi di Scusate il ritardo, preferisce ascoltare per radio i risultati della partita che vede il Napoli in campo, sperando di nascondere la propria timidezza alla fidanzata, Giuliana De Sio, subito dopo averci fatto all’amore. Chi, come l’emigrato pugliese (Carlo Verdone) di Bianco, rosso e Verdone, non nasconde sentimenti di orgoglio verso la propria squadra (la Juventus, in questo caso), ha il suo bravo mito in Franco Causio e non pensa due volte ad acquistare un pupazzo-mascotte in un autogrill. Prima di calciare il pallone un po’ troppo oltre durante un’improvvisata partita con alcuni compaesani, e faticare sino a notte fonda a rilanciarla dall’altra parte dell’autostrada. In tema di emigrati, poi, c’è chi, come il Nino Manfredi di Pane e cioccolata di Franco Brusati, si fa passare da nordico per trovare più facilmente lavoro: ma quando dallo schermo televisivo di un bar in Svizzera vede segnare l’Italia, non sta nella pelle dall’esultanza e finisce pestato.

Chi come il ragioniere più iellato della storia, Fantozzi ovviamente, quando non si ritrova a giocare in disastrose partite aziendali tra sassi e pozzanghere, a malincuore deve rinunciare a vedere la nazionale italiana in cambio di stucchevoli proiezioni d’essai (e qualcuno le studia tutte per ascoltare la partita senza dar nell’occhio, perfino nascondendo la radio in bocca), mentre l’intero paese è collegato televisivamente. Ma quando può vederla in tranquillità, non sembra curarsi molto – anzi, affatto – di altre vicissitudini: sia che la moglie lo informi della propria cotta per il panettiere sottocasa, o che lo avvisi dell’imminente anniversario di matrimonio, o che il parentado abbia deciso di traslocare a casa sua. In un episodio della serie, poi, i subdoli colleghi di Fantozzi giocano una partita di calcio sui tetti della Megaditta, lasciando che il povero protagonista – ricoprendo tutte le funzioni degli assenteisti – simuli un’attività frenetica per non destare sospetti. In un altro episodio, Fantozzi in persona marina l’ufficio per recarsi allo stadio, finendo coinvolto in una gigantesca rissa contro una colonia di tifosi scozzesi, al termine della quale è scambiato per il principale agitatore; in un altro ancora, il nostro prende lezioni d’inciviltà da un orrido hooligan. E all’ennesima occasione a disposizione per guardare la partita a casa, è richiamato nell’Aldilà da dov’era stato cacciato per esaurimento di posti disponibili.

C’è chi gioca allegramente a pallone durante la sosta di qualche picaresco itinerario, come fanno alcuni amici con dei magrebini in Marrakech Express di Gabriele Salvatores, o – in una scena di Mediterraneo, dello stesso regista – su qualche sperduta isola greca, se l’improvviso atterraggio di un velivolo sul campo non interrompesse il match impedendo il calcio di rigore che poteva determinare la vittoria. Al regista napoletano di adozione milanese, Aldo, Giovanni e Giacomo dedicano una dichiarata citazione nel loro Tre uomini e una gamba, dal trio comico diretto in collaborazione con Massimo Venier: benché la partita con alcuni extracomunitari volga a favore di questi ultimi, che come premio si portano via la gamba di legno che i protagonisti stanno recapitando, irresistibile è l’episodio al ralenti in cui Aldo sbuca a sorpresa dalla sabbia per prendere il pallone di testa.

La partita di calcio, in quanto fattore incluso a margine, apre Liquirizia di Salvatore Samperi e vede contendersi due scuole, una di liceali e l’altra di ragionieri (nel corso del film, tese a fronteggiarsi anche sul palcoscenico per una recita), al suono del rock di Ricky Gianco in stile anni Sessanta. Pure girata al ralenti sui titoli di testa, in un campo da calcio irto di pozze fangose decisamente memore di Fantozzi, la partita presenta effetti comico-devastanti e tocca il goliardico nelle azioni di un inetto portiere (un giovane Christian De Sica) che non riesce mai a prendere palla.

Un’altra partita, anch’essa inclusa sui titoli di testa e giocata da alcuni assicuratori, inaugura una commedia diretta da Lucio Pellegrini, E allora mambo!. Due fratelli ereditieri accecati dall’odio, tra un dispetto e un’artigliata, sembrano riappacificarsi per un istante facendo qualche tiro a pallone, nel sottofinale di Caino e Caino di Alessandro Benvenuti: salvo poi riprendere a darsele e finire di strigliarsi a vicenda in manicomio. C’è chi qualche calcio alla palla, in Buone notizie (o La personalità della vittima) di Elio Petri, lo tira per ingannare il tempo, sia pure in un giardino straripante di sacchi d’immondizia, aspettando che il presunto attentato in un’azienda televisiva sia sventato. In Da grande di Franco Amurri, un’azione calcistica simulata in modo fanciullesco, la compie un bambino che, ritrovatosi di colpo nel corpo del quarantenne Renato Pozzetto, non muta comportamento e abitudini. Una rovesciata, prima della partenza, la compie il padre naturale di un bambino quando questi gli calcia il pallone per salutarlo, gesto di un affetto vitale e imperituro, nell’epilogo di Tutta colpa del paradiso di Francesco Nuti.

C’è chi, rimasto da solo, ritrovandosi il pallone come unica compagnia tra le mura di casa, gioca ed esulta per conto proprio come se stesse disputando una partita vera, nell’amaro finale di Viaggi di nozze di Verdone. Sempre solitario tra le pareti di camera propria, c’è chi gioca a calcetto usando un tappetino di moquette verde a mo’ d’improvvisato campetto, in Sogni d’oro di Nanni Moretti. In molte pellicole di cui è regista e interprete, Moretti è al centro di fugaci segmenti che lo mostrano con la palla, vuoi in compagnia di alcuni studenti cui involontariamente distrugge la traversa (Bianca), vuoi tra sé e sé in un campo desolato colmo di erbacce (Isole, episodio tratto dal film Caro diario). E ne La stanza del figlio, il protagonista impartisce qualche lezione di tattica calcistica al proprio ragazzo.[1]

Ancora, ne La messa è finita, sacerdote presso la parrocchia di una borgata di Roma, don Giulio (sempre Moretti) gioca a palla con alcuni bambini, come già don Salvatore (Alberto Sordi) in Anastasia, mio fratello di Steno e, prima di loro, don Pietro (Aldo Fabrizi) in una scena di Roma città aperta di Rossellini. In una scena, però, don Giulio intravede nel calcetto una scappatoia per sfuggire alle convinzioni (troppo) religiose di un suo vecchio compagno di militanza. In un episodio di Tre tigri contro tre tigri di Sergio Corbucci e Steno, anche Pozzetto, parroco carente di fedeli in un paesino della Lombardia, si consola giocando a calcio con alcuni chierichetti, che però sbagliano la mira e gli spediscono il pallone in faccia. Come in faccia, pur involontariamente, il pallone a Pozzetto lo tira la moglie Ornella Muti in Nessuno è perfetto di Pasquale Festa Campanile: il motivo dell’incredibile forza della donna è presto spiegato, essendo questa un transessuale dal passato di paracadutista tedesco di cui il marito è inizialmente all’oscuro.

Il calcio, infine, torna ad essere fattore marginale per commedie corali, come Camerieri di Leone Pompucci: qui, gli inservienti del titolo contano sul risultato di una schedina con la cui fortuna poter ricomperare e rimettere a nuovo il fatiscente ristorante per il quale prestano servizio. Senonché, un improvviso black-out interrompe l’ascolto della partita diffuso da una radiolina… Ma il calcio è anche contemplazione, sogno inteso come utopia, desiderio di evasione in quanto riscatto, possibilità di crescita, ingresso verso la maturità, speranza: questo, il senso delle parole (“C’è anche il campo di pallone all’istituto. Ti prendono subito a giocare…”) che concludono Il ladro di bambini di Gianni Amelio, pronunciate dalla piccola Rosetta (Valentina Scalici) al fratellino Luciano (Giuseppe Ieracitano), sul ciglio del marciapiede, all’alba, prima di essere accompagnati in un istituto di Civitavecchia. Il calcio come recupero e reinserimento, il gioco come ideale scambio di partecipazione e confronto, possibilità di ricominciare dopo una serie di circostanze drammatiche, seppur esperienze che ugualmente aiutano a diventare grandi. Nello stesso film, infatti, c’è anche un breve scambio di opinioni tra il protagonista Luciano e un carabiniere dall’atteggiamento scettico, circa le proprie rispettive squadre del cuore.

In conclusione, a parte le farse ridanciane e qualche rarissimo spunto d’autore, quando non funge da sfondo pretestuoso o da indicatore di vicende, il calcio non ha ancora ufficialmente goduto di un’attenzione particolare da parte. Eppure, esattamente come nel calcio giocato nel corso degli incontri sportivi, lungi da qualunque sordida macchinazione o conflitto d’interessi, da qualsiasi reazione teppistica volta a inquinarne lo spirito, basterebbe qualche raro momento come quelli succitati a spiegare quanto il pallone – inteso prima di tutto come gioco – conti nelle nostre vite prima ancora che nel nostro costume, volenti o nolenti. Basta molto poco per tornare a vedere in esso un momento di spensieratezza e serenità. Basta volerlo.



[1]   Nella miniserie di spot antiberlusconiani L’unico paese al mondo, prodotta dall’autorattore romano, un segmento adotta il calcio quale sarcastica allegoria su un certo populismo demagogico. L’episodio mostra una lunga steadycam della m.d.p. nell’atto di condurre l’osservatore lungo i corridoi di uno stadio, e si conclude su uno schermo televisivo posto a centrocampo. Nel momento in cui l’apparecchio si accende sul Cavaliere intento a declamare un messaggio di propaganda, un pallone balza da fuoricampo e interrompe il televisore, che scoppia nell’esultanza di una folla invisibile di tifosi.

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