Cina e globalizzazione

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La globalizzazione ha distrutto anche la scala sociale, impedendo la creazione e la crescita delle piccole imprese manifatturiere impossibilitate a reggere la concorrenza dei prodotti di importazione asiatica.

 


 Nel mondo globalizzato la Cina ha un   ruolo  fondamentale. Col suo miliardo e   mezzo di abitanti dispone di manodopera  a bassissimo costo in quantità   praticamente illimitata messa a   disposizione degli imprenditori nazionali   ed  esteri.

 Il progetto liberista aveva previsto due fasi.

 Prima fase (realizzata):  la Cina ha fornito manodopera e prodotti da esportare in occidente, le cui economie, sottoposte ad una concorrenza insostenibile, sono entrate in sofferenza.

Seconda fase: l’aumento del costo della manodopera e della capacità di spesa interna, annullando la competitività a loro favore, avrebbero dovuto trasformare i cinesi da esportatori in importatori. Ma le dimensioni demografiche e i tempi necessari per allineare i salari con i nostri hanno reso questa prospettiva quasi impossibile. Per saturare la domanda occidentale serve molto meno della manodopera disponibile in Asia. Quindi i loro salari non raggiungeranno mai i nostri e il loro vantaggio riamarrà all’infinito.

 

Inoltre la Cina sta accumulando un’enorme quantità di dollari, controvalore dei beni esportati in USA. Non potendo riversarli sul mercato, in quanto farebbe crollare il valore del dollaro, si limita a reinvestirli in titoli del debito pubblico americano, diventando un creditore. A fronte di alcuni provvedimenti di Trump volti a limitare la concorrenza di alcuni prodotti cinesi, la Cina ha risposto vendendo a piene mani titoli di stato americani mettendo in crisi la quotazione degli stessi, come dire: “attenti a cosa fate perché possiamo mettervi in difficoltà”. Trump ha capito che non è più possibile assecondare l’infinito la fame di utili delle multinazionali perché i loro interessi vanno contro quelli del popolo americano e di qualunque altro paese. Le multinazionali hanno un potere finanziario pari a uno stato di medie dimensioni, condizionano i governi e producono utili che rimangono nelle loro casse e pagano pochissime imposte grazie ai paradisi fiscali. In Europa le cose vanno ancora peggio in quanto il potere è in mano alla Commissione, non eletta, che si presta a influenze esterne. Il calo del Pil dovuto alla recessione innescata dalla globalizzazione ha portato un calo delle entrate tributarie, così per mantenere i servizi i governi sono stati obbligati ad aumentare la pressione fiscale causando un inasprimento della recessione.

Il fallimento di milioni di imprese ha portato alle banche enormi quantità di crediti inesigibili che si sono trasformati in perdite, causando situazioni pre-fallimentari sanate con enormi iniezioni di denaro pubblico o aumenti di capitale a carico degli azionisti.

La globalizzazione ha distrutto anche la scala sociale, impedendo la creazione e la crescita delle piccole imprese manifatturiere impossibilitate a reggere la concorrenza dei prodotti di importazione asiatica. In Italia solo un limitato numero di aziende ad alto contenuto tecnologico e con una rete commerciale internazionale è riuscito a fronteggiare la competizione. Le altre o sono fallite o sopravvivono con grandi difficoltà. Gli imprenditori disperati stanno cercando di creare imprese nel settore del turismo, della ristorazione e dei prodotti alimentari, unici settori dove la concorrenza asiatica non può arrivare. Ma è impossibile sostituire in questo modo l’intero settore manifatturiero e abbassare la disoccupazione. A questo punto una domanda nasce spontanea: come va giudicato un politico che accetta un progetto economico in palese contrasto con gli interessi del popolo e della nazione che rappresenta?

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