Ceterum censeo Carthaginem esse delendam

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Ugolino sconfina su tachimetri, tecnologia e codice della strada. Impresa ardua se affrontata rispolverando la lingua latina e i Cartaginesi.Un cammino che appare a chiunque semplicemente improponibile, ma non per il Conte…da leggere

  È di questi giorni la notizia di un fatto che si può riassumere così: un tizio si mette al volante di una vettura. Costui decide che il Codice della Strada e il buon senso sono concetti astratti, inutili e superati, preme l’acceleratore in modo che il tachimetro indichi circa 150 km/h (avete letto bene: centocinquanta chilometri all’ora), ad un certo punto vede uno strano aggeggio con una luce colorata di rosso, ma decide di non curarsene. Un essere umano in quel momento si trova sulla traiettoria del pilota: viene investito e, sfortunatamente, muore.

Però occorre dire che l’essere umano un po’ se l’è cercata: costui, infatti, con evidenti movenze provocatorie, si è stupidamente fidato della luce verde del semaforo ed ha imprudentemente (per non dire scioccamente) tentato di attraversare, peraltro impiegando anche molto tempo (ecco spiegate le “movenze provocatorie”).

La fine è scontata: l’abile pilota che cosa poteva fare a quella velocità?

E poi, vogliamo tenere conto anche del fatto che il pilota, poveretto, era senza patente di guida? Pare, infatti, che una quindicina d’anni orsono gli sia stata inopinatamente ritirata: è noto a tutti che, nel frattempo, le auto, i semafori e la circolazione sono radicalmente cambiati.

Vogliamo tener conto anche del fatto che era leggermente stupefatto[1]? Non robe pesanti come, che so, un chinotto o un’aranciata, ma una cosina leggera: solo un poco di droga non meglio specificata. Cosucce da nulla: un pizzico di cocaina o roba consimile; insomma, poco più di uno spinello, di quelli che piacevano e piacciono tuttora tanto al digiunatore[2] ed alla sua filantropica consorteria. Vi ricordate quanti scioperi della fame ha fatto il brav’uomo per favorirne la diffusione? E tutto in nome della libertà, senza alcun interesse o tornaconto. Che coraggio e che forza d’animo! Un vero apostolo della libertà, anzi, un eroe.

Ma torniamo al fatto: dunque l’imprudente pedone è morto, provocando peraltro gravi danni alla vettura del povero pilota, che, iugulato dagli impegni (lo prova il fatto che correva a centocinquanta chilometri orari) non ha trovato neppure il tempo di fermarsi. E pensare che alcuni imbecilli lo hanno apostrofato con l’ingiurioso epiteto di “pirata della strada”.

Un carthaginiensis[3] ha anche pensato di incriminarlo con l’orribile accusa di “omicidio colposo”: vi pare che uno, senza patente (“permis de conduire = permesso di guidare”, chiamano in Francia codesto pezzo di carta), con un poco di stupefacenti in corpo, a centocinquanta chilometri all’ora passa un semaforo rosso, si ritrova un pedone beota in mezzo alla strada che pretende si passare solo perché il semaforo dalla sua parte è verde, e può essere accusato di “omicidio colposo”? Ma dove siamo? Ma in che mondo viviamo? Ma come ci si permette di avanzare una simile accusa?

Per fortuna ha provveduto subitaneamente a risolvere la questione un solerte collega del carthaginiensis: dopo circa ventiquattro ore il povero pilota è stato rimandato a casa.

Debbo ammettere che mi ripugna fare del sarcasmo su un simile evento, ma, datemene atto, il ripetersi con esecrabile, costante periodicità di simili oscenità para-legali è uno stato di cose che non si affronta più, che ha varcato i limiti di ogni decenza, che si è posto al di sotto del più basso livello di dignità, e che, come si usava dire nei bei tempi andati, grida vendetta al cospetto di Dio. E mi permetto di aggiungere, ex imo corde[4], che tali abominevoli nefandezze gridano non solo la vendetta, ma anche la maledizione di Dio.

Fine del sarcasmo: ora dirò pane al pane e vino al vino.

Anzitutto i fatti e le circostanze urlano che si tratta di omicidio volontario e premeditato: colui che privo di patente di guida, “stupefatto” o ubriaco, stabilisce di mettersi al volante in tali condizioni e di lanciare l’auto a centocinquanta chilometri all’ora, manifesta la precisa e meditata volontà di provocare omicidi, né più né meno di uno che, tolta la sicura, lancia una bomba a mano fra la gente. La circostanza che sia “stupefatto” non può che essere considerata un’aggravante del delitto.

(Controprova: come si fa ad eliminare un tizio che si considera nemico? Si seguono con un minimo di attenzione gli spostamenti a piedi del morituro. Si trangugiano un paio di bicchieri di vino, ci si mette al volante e, quando lo si incrocia, si ritarda impercettibilmente la frenata. Il gioco è fatto: il nemico riposerà in pace per sempre e il carthaginiensis di turno lascerà libero l’automobilista distratto e leggermente alticcio nel giro di poche ore, cosicché l’omicidio volontario e premeditato, derubricato a semplice omicidio colposo, entrerà a far parte dell’elenco ormai sconfinato degli omicidi impuniti. Le probabilità che non sia così sono pressoché nulle: è sufficiente verificare ciò che è sistematicamente accaduto fino ad oggi).

Esistono a questo punto, ritengo, solo tre possibilità:

1.       il carthaginiensis era obbligato dalla legge vigente a scarcerare l’abile pilota,

2.       il carthaginiensis aveva la possibilità discrezionale, valutato il fatto nei dettagli, di scarcerare o meno l’abile pilota e ha deciso, in virtù di cavilli o di valutazioni di altra natura, di lasciarlo libero,

3.       il carthaginiensis ha deciso, in solare contrapposizione alla prescrizione della legge vigente, di lasciare libero l’abile pilota a seguito di un’ispirazione creativa notturna e invocando la “libertà di interpretazione” della Legge stessa.

Non mi sembra si possano ravvisare altre possibilità logiche e verosimili.

Nel primo caso, occorre che la legge in questione sia abrogata non senza  aver prima ricordato agli Italiani i nomi di coloro che la proposero e la promulgarono.

Nel secondo e nel terzo caso invece, al carthaginiensis che ha applicato la Legge invocando la libertà di interpretazione della stessa o eludendola tout court, occorre far fare questo semplice ragionamento: l’interpretazione della Legge è un tuo diritto-dovere, ma tu ne devi rispondere sempre e comunque nelle sedi opportune, come deve accadere ad ogni impiegato, statale o privato che sia.

Quali sono le sedi opportune? Per certo non quelle che esistono oggi.

Le sedi opportune saranno quelle che, prima o poi, i cittadini (cittadini che, fino a prova contraria, sono i “sovrani” di questa sciagurata nazione) indicheranno, delegando la responsabilità del giudizio a cittadini con determinati requisiti, eletti con mandato a scadenza e degni di tale incarico. I candidati dovranno rispettare un unico vincolo: dovranno essere rigorosamente ed assolutamente estranei alla schiera di Carthago.

Tutto ciò, purtroppo, è solo fantasia. Per ora.

Anche alla monarchia francese apparvero solo fantasie les cahiers de doléances[5],le Serment du Jeu de paume[6] e le “inquietudini” manifestate dal “Tiers-état[7] che rappresentava i cittadini; correva l’anno 1789.

Ceterum censeo Carthaginem esse delendam [8] .


[1] Stupefatto: “fatto” per mezzo di stupefacenti. Essi, proprio in quanto tali, rendono “stupefatti”. Significato innovativo del termine di cui rivendico la paternità.

[3] Appartenente alla Carthago nostrana.

[4] Dal profondo del cuore.

[5] Registri nei quali erano riportate le lamentele circa abusi e inefficienze. http://it.wikipedia.org/wiki/Cahier_de_dol%C3%A9ances

[7] Tiers-État :Terzo stato, dopo Noblesse (nobiltà) e Clergé (clero) – http://fr.wikipedia.org/wiki/Tiers_%C3%A9tat

[8] Pertanto ritengo che Cartagine debba essere annientata.

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