Cesare d’Este

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Intrighi e veleni alla corte di Cesare d'Este, primo duca dello stato estense di cui Modena fu capitale dal 29 gennaio del 1598. Questo è l'argomento del pamphlet scritto con scrupolo filologico e utilizzo diretto delle fonti storiche da Giancarlo Montanari

 poliedrico studioso ex insegnante, giornalista pubblicista, storico, scrittore ed anche cultore di folklore e dialetto locale. Autore di un’inedita ricerca storica e storiografica dal titolo “”Cesare d’Este, primo duca di Modena capitale:vicende e calunnie riguardanti il creatore dello stato di Modena che fu duca di Ferrara per tre mesi e duca di Modena per trent’anni””, pubblicato da Il Fiorino, di cui è titolare Pietro Guerzoni.

E’ un testo che riabilita la figura del primo duca di Modena capitale, quando, nel 1598, il feroce e spietato papa Aldobrandini, Clemente VIII, incamerò ed avocò a sè, all’interno dello stato pontificio, la città di Ferrara ed i territori limitrofi, il fulcro di quel florido e vasto stato estense, destinato ad essere fortemente ridimensionato, in quella triste congiuntura, per la protervia di un papa bellicoso e spregiudicato fino all’inverosimile.

Il primo duca di Modena capitale fu Cesare, designato come futuro successore da Alfonso II, ultimo duca di Ferrara, definito e considerato però dal papa “”della linea infetta dei Montecchio”” cioè un discendente illegittimo.

Infatti il nostro Cesare fu frutto dell’unione morganatica, cioè non legittimata da nozze regolari, tra Alfonso di Montecchio, figlio a sua volta del duca Alfonso I e di Laura Dianti. Unione considerata illegittima dal feroce e spietato Clemente VIII, clemente solo nel nome e mai nei fatti.

Così, l’ambizioso pontefice, decise di incamerare i ricchi territori di Ferrara e del Polesine ed anche le meravigliose opere d’arte frutto del secolare mecenatismo estense:inarrivabile mecenatismo, si pensi a Borso d’Este, promosso nella florida capitale, cioè Ferrara, capitale estense dal 1288 fino a quel tragico 1598, anno in cui  il ricco e vasto stato estense rischiò di essere interamente fagocitato da un papa intento ad espandere il più possibile i confini territoriali del suo stato pontificio, già vastissimo.

Uno dei tantissimi papi, succedutisi sul soglio di Pietro, che pensavano solo al potere temporale, trascurando, con ogni evidenza, la cura delle anime ed il potere spirituale; cattiva abitudine fortemente stigmatizzata anche dallo stesso Dante.

Insomma un papa totalmente “”inclemente”” che non esitò a dichiarare guerra al “”bastardo Cesare della linea infetta (illegittima) del ramo dei Montecchio, prendendo addirittura in ostaggio il figlio Alfonso che, in quell’anno aveva sette anni; il giovane rimase fortemente traumatizzato da quell’esperienza.

Fu così che il povero Cesare, quantunque nominato legittimo successore dal morente Alfonso II, di fronte alla minaccia dei 35.000 uomini armati, scherani del papa, accampati vicino a Ferrara, scelse un destino “”da esule”” e fu costretto a lasciare mesto e rassegnato la splendida Ferrara per ripiegare sulla vicina Modena che, dal 30 gennaio in poi, fu capitale di quello che restava del magnifico stato estense: uno stato esteso prima su un territorio di 8.172 chilometri quadrati con una popolazione di 432.000 unità e, dopo il 1598, in seguito, praticamente dimezzato. Da aggiungere poi che la tanto “”vexata quaestio”” della devoluzione di Ferrara e territori limitrofi al pontefice Aldobrandini altro non fu che una lunga e nervosa partita a scacchi giocata dalle grandi potenze europee come la Francia dove il pericolo di uno scisma religioso viene sventato dallo stesso Re Enrico IV, dapprima “”ugonotto”” che si convertì poi opportunisticamente al cattolicesimo: qui non c’era nessuna possibilità che la Francia potesse muovere guerra al papa Aldobrandini a sostegno di Cesare, parimenti anche la Spagna fece altrettanto.E il malcapitato Cesare che, secondo la felice ed efficace espressione coniata dal Manzoni, “”fu vaso di coccio fra vasi di ferro””, fu abbandonato al suo destino anche da tutti gli altri stati e staterelli italiani dell’epoca  pronti a voltargli le spalle per opportunismo, tutti impotenti di fronte alla protervia del papa ed alle sue mire espansionistiche.

Per non parlare poi del malcontento antiestense del popolo e della  nobiltà ferrarese. Identico fu il comportamento dei mantovani, indifferenti di fronte alla grave crisi istituzionale del 1598. Insomma, il povero e malcapitato Cesare, colpito, tra l’altro, da una scomunica  papale, scelse il male minore, riparando a Modena con un triste codazzo di cortigiani. Una Modena che, prima d’allora, aveva svolto il ruolo di periferia dello stato estense, ma che, assurse così al ruolo di città capitale di un regno più piccolo, che però ebbe vita fino al 1859.

 

 L’avvincente libro scritto da Montanari rivisita la storia della inevitabile devoluzione di Ferrara al papa con spirito scevro da pregiudizi, leggendo e rileggendo e citando esplicitamente brani illuminanti della Cronaca di Modena composta dal cronista Giovan Battista Spaccini che descrisse con attenzione minuziosa quei decisi decenni.Montanari rileva, putroppo che, ben presto,  all’interno della stessa corte si diffuse la menzogna sul presunto comportamento troppo remissivo tenuto da Cesare nella contesa con il papa Aldobrandini: il duca, nella realtà non fu un codardo,nemmeno un grande statista, ma, avveduto e saggio, non si comportò come un patetico Don Chisciotte: non imbracciò le armi contro il bellicoso pontefice, poichè conscio della
inedita gravità della crisi istituzionale creatasi dopo la morte di Alfonso II: una crisi che, se risolta con le armi, avrebbe sicuramente comportato la fine definitiva dello stato estense, e, magari della sua stessa famiglia.

Ma, per fortuna nostra, Cesare fu ponderato, mite, forse un po’ troppo amletico, e Modena conobbe da allora i nuovi   fasti di una vera e propria capitale, dove il tradizionale mecenatismo estense continuò ad essere praticato. Fortuna nostra, tra infatti, poichè, nello splendido palazzo dei musei, noi possediamo ora i capolavori artistici esposti nella galleria estense, definita da tanti critici d’arte “”un prezioso quanto piccolo Louvre””, nel pieno centro storico della città. Inoltre furono tante le sventure in cui incorse il nostro povero “”capostipite ex ferrarese e neomodenese”” come l’instabilità mentale della moglie, Virginia De’ Medici che gli diede 9 figli tra cui il povero Alfonso, che, nella crisi del 1598, fu preso in ostaggio dal papa e riconsegnato poi ai suoi legittimi genitori quando Cesare sottoscrisse le convenzioni faentine con cui legittimò la devoluzione di Ferrara e dei territori limitrofi allo stato pontificio. Alfonso, nato nel 1591, fu dunque preso in ostaggio alla tenera età di 7 anni, divenne poi duca di Modena col nome di Alfonso III nel 1628 per 7 mesi; poi a causa della terribile crisi spirituale dovuta forse alla morte(1626) della moglie Isabella di Savoia o forse anche alla terribile esperienza della sua carcerazione voluta dal papa, abdicò nel 1629 in favore del figlio FrancescoI, sommo duca mecenate, nato nel 1910 che divenne duca così all’età di 19 anni, carica detenuta fino alla morte, sopraggiunta nel 1658. Duca cui fecero seguito tanti altri duchi mecenati e bravi e sapienti amministratori che, avrebbero forse dovuto essere più generosi nei confronti del malcapitato Cesare che,non solo scelse il male minore, evitando così la scomparsa dello stato estense, ma che, ebbe anche il merito di scegliere Modena e non Reggio Emilia come capitale del nuovo ridotto stato. Insomma la storia si ripete sempre:Modena – Reggio Emilia:Uno a zero.

 

 

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