C’è aria di Restaurazione

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“Sono più di vent’anni che in Italia si parla di federalismo, ma poco è stato fatto. L’unica realizzazione, limitata al livello amministrativo, è stata l’istituzione delle Regioni...""art. del Sen. Paolo Danieli

Sono sempre di più le realizzazioni avvenute nel 900 che vengono messe in discussione. Anche quelle che sembravano intoccabili. Perfino la democrazia, elevata a tabù, viene sottoposta alle “superiori” esigenze del mercato. E così vengono a ripresentarsi subdolamente, senza che quasi nessuno se ne accorga, condizioni che si pensavano consegnate al passato. Tutto ha l’aria di una Restaurazione dello status quo antea,  cioè di quello stato di cose che esisteva prima che i popoli si affacciassero alla storia e diventassero protagonisti dei loro destini attraverso i processi di partecipazione politica che si realizzarono nel secolo scorso. 

Ne è un esempio la tendenza alla restaurazione centralista, auspicata da osservatori politici anche autorevoli, in nome della spending review, in seguito ai vergognosi episodi di malaffare, come quello della Regione Lazio.


Sono più di vent’anni che in Italia si parla di federalismo, ma poco è stato fatto. L’unica realizzazione, limitata al livello amministrativo, è stata l’istituzione delle Regioni, peraltro prevista dalla Costituzione del ‘48, ma avvenuta solo nel 1970. Un passo necessario per avvicinare le istituzioni ai cittadini, ma non sufficiente, specie oggi che a fronte della globalizzazione si rende necessario un rafforzamento dei poteri locali. Invece con la scusa degli sprechi e dalle ruberie regionali si invoca lo scioglimento delle regioni e il ritorno al centralismo degli anni’50 e ‘60. Per risparmiare. Come se l’amministrazione statale e la burocrazia italiana fossero esenti dalle stesse patologie che infestano gli altri livelli di amministrazione dello stato! 

Le regioni, dicono, assorbono troppe risorse, destinate in gran parte alla sanità ( 80% ) che è poi l’unica delega significativa che hanno.  Eliminiamole, sostengono, e per risparmiare torniamo al centralismo, com’era prima del ’70. Il ragionamento parrebbe non fare una grinza. Però bisogna stare attenti a restringere troppo i margini della democrazia in nome del risparmio. Perché, ragionando per assurdo e portando alle estreme conseguenze questa logica, si potrebbe arrivare, taglia di qua, taglia di là, ad eliminare tutto, anche il Parlamento, non fare più le elezioni e lasciare tutto nelle mani di una sola persona. Questa è chiaramente un’iperbole per rendere più chiaro un concetto che è difficile da digerire, specie in momenti di crisi e di corruzione diffusa: la politica e la democrazia hanno dei costi. E’ il prezzo che il popolo deve pagare per non cadere nella tirannide. Che una volta veniva incarnata da un uomo, il tiranno.

E che oggi può consistere nel dominio incontrollato e incontrollabile di un’oligarchia economica. Certo il prezzo dev’essere giusto e finalizzato al funzionamento delle istituzione e non all’arricchimento illecito di chi ci sta dentro. Ma non si può buttar via il bambino con l’acqua sporca! E se delle province e dei piccoli comuni possiamo farne tranquillamente a meno, le regioni costituiscono ormai un’articolazione dello stato irrinunciabile per il semplice fatto che i cittadini vi si riconoscono: io sono veneto, io sono siciliano, io sono toscano ecc. Il processo dev’essere esattamente inverso e selettivo: diamo sempre più potere alle regioni virtuose, sollevando così lo stato di oneri e competenze, e chiudiamo piuttosto le regioni che hanno dimostrato di non sapersi gestire. Comprese quelle a statuto speciale.

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