Caos calmo: Blue Jasmine

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Woody Allen, che della causticità ha sempre fatto la propria firma dà vita a un personaggio femminile ch’è la quintessenza della nevrosi alleniana dell’ultimo decennio.

 

 La situazione è nota. E nelle mani di Woody Allen, che della causticità ha sempre fatto la propria firma, tipica. Un personaggio femminile ch’è la quintessenza della nevrosi alleniana dell’ultimo decennio, permeato del medesimo rancido rancore, condito di zucchero al veleno, di Basta che funzioni. Una figura indotta a far i conti con una realtà di ristrettezze economiche, diversa da un’esistenza, la propria, priva di onestà. Una realtà che si crede di domare e si rivela più grande. Quasi si stesse assistendo a una commedia à la Paul Mazursky, con una donna (tutta sola) sposata a un ricco uomo d’affari, fedifrago e truffatore. Tale scoperta porta al tracollo finanziario della famiglia, e al crollo psicologico, della protagonista, la Jasmine del titolo.

         Jasmine arriva a San Francisco in uno stato psicologico di dubbia fragilità: la sua mente è annebbiata dall’effetto dei cocktail di farmaci antidepressivi. Benché sia ancora in grado di mantenere il proprio portamento prettamente aristocratico, il suo stato emotivo è precario e totalmente instabile, tanto da non poter nemmeno essere in grado di badare a sé. Un’egoista e una snob, che mal volentieri accetta di sporcarsi le mani e lavorare come receptionist in uno studio odontoiatrico. E se la carriera di arredatrice, per lei, pare più adatta, l’occhio della m.d.p. la coglie in tangibile difficoltà nel tentativo di studiare sui libri d’informatica.

         A metà strada tra Blanche Dubois e Bette Davis, Jasmine è un personaggio illuso di poter godere del proprio benessere – ossia quello altrui – salvo dover fare i conti con una realtà che ne smaschera la profonda vulnerabilità, e, nelle spoglie d’uno spettro felliniano, la fa ripiombare in una bergmaniana trance. Ma Jasmine medesima è un personaggio destabilizzante, elemento di confusione della propria esistenza e di chi la circonda. Blue Jasmine è l’apologo di un caos calmo, la cui struttura narrativa amalgama incastri temporali, ellissi e flashback che si susseguono incalzanti, tesi a trasmettere nello spettatore l’idea di un disordinato ordine. Ch’è poi quello della vita e del suo (dolce) rumore.

         Più concitato del solito è il tocco alleniano, che riecheggia quello di Mariti e mogli: nel tratteggio psicologico della non simpatica (e tuttavia tenera) protagonista, l’autore trova in Cate Blanchett il corrispettivo di Judy Davis, ma pure di una Mia Farrow o della Charlotte Rampling del sottovalutato Stardust Memories. E non sono pochi gli episodi nei quali la recitazione della Blanchett, a tratti, ricorda quella di Meryl Streep. Una spanna sopra rispetto ai precedenti Midnight in Paris e, soprattutto, To Rome With Love, non ci si sottrae all’idea che Blue Jasmine sia l’ennesima riprova (auto)referenziale di un autore un tempo eccelso, che, quando non rischia di cadere nella senilità, ripete quanto abbondantemente detto nelle opere precedenti (il dilemma interiore di una donna alle prese con sé stessa rimanda a Un’altra donna e a Alice). Con buona probabilità consapevole in primis, insieme allo spettatore, che il capolavoro non è (più) possibile. Nondimeno, il duplice registro brillante-drammatico attraverso cui si seguono le vicissitudini di Jasmine, come della sorella Ginger e di tutte le figure di contorno, ancora una volta si rivela la carta vincente di una pellicola dal piglio ineccepibile, che, alternando il passato e il presente di Jasmine, si offre come una nuova lezione di narrazione in stile Melinda e Melinda.

         Jasmine è convinta di risalire la china, si confronta con la sorella e quasi la porta verso una condizione simile alla sua. Crede di rifarsi una vita, a spese dell’unico affetto a lei vicino: ma non può sfuggire al passato, che la fa ripiombare nella catatonia. E mentre chi dovrebbe soffrire si contenta e gioca con la propria sfigata estrazione sociale, la Nostra torna all’inesorabile riverbero della propria solitudine, riprendendo a parlare a vuoto come all’inizio del film – là a bordo di un aereo, alla presenza di una stranita passeggera, qui su di una panchina come un Forrest Gump spogliato di qualsiasi candida aura. Jasmine non è un’innocente, ma una vittima della propria colpa. Eppure, novella Liv Ullmann, non possiamo non provare un minimo di compassione. E l’hit Blue Moon in versione jazz, che da sempre tallona il suo ricordo, ci eclissa dal suo irredimibile smarrimento.

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