Bridget Jones’s Baby: è ora di cambiare, Bridget!

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Nel ritrovare quasi per intero il campionario del trittico, il fan non resta deluso: Bridget Jones's Baby non aggiorna la formula, reiterandola pari pari, quasi che il solco lasciato dalla temporalità minimamente ne intaccasse l'emisfero, e facendo del film un cristallino rifacimento, ma non una parodia, della puntata iniziale.


Occorrerebbe dedicare uno studio accademico ai sequel-fotocopia, giacché la riuscita dei prototipi innesca operazioni di cassetta in cui la volontà di rinnovare gli schemi è subordinata alla riuscita del prodotto. Inevitabile, dunque, che la single più imbranata e pasticciona del cinema, a vent’anni dalla pubblicazione di Helen Fielding e a quindici dalla sua trasposizione, torni protagonista di un episodio in cui goffaggini e situazioni ai limiti del masochismo si traducono in replica: del resto, è proprio ciò che gli aficionados dell’ormai ultra-quarantenne Bridget Jones si aspettano.

A pari livello non è casuale che a dirigere la terza puntata sia la Sharon Maguire che firmò la prima. Ancor meno casuale è che la scena d’apertura sia un calco rinverdito del prototipo, con Bridget nuovamente in pigiama, sola, a soffiare sulle candeline di compleanno – con accenno a All By Myself sostituita da Jump Around – mentre la sua voce fuoricampo introduce il flashback delle ultime vicissitudini. E la memoria cinefila sorride a pensare che il titolo del neo-capitolo contempli un bambino, come succedeva alle icone horror, da Frankenstein a Dracula, della stessa Universal che produce l’operina. A contare, manco a dirlo, non è tanto la tenuta narrativa (che in più di un’occasione riserva inaspettate sorprese, cameo inclusi), quanto gli inciampi e figuracce, subito offerti, che hanno reso celebre e amato il personaggio. L’aspetto migliore, a cui più volentieri ci si abbandona, è l’ineludibile solco temporale che contagia tutte le figure della saga: benché ancora non abbia messo la testa a pieno regime e le ingenue romanticherie rimangano al primo posto nella propria esistenza, Bridget è dimagrita, ha smesso di fumare (ma la tentazione di concedersi qualche bicchierino resta forte), è quasi una working girl, ha un impiego come news producer e suggeritrice presso lo studio tv di un rotocalco giornalistico, e sembra meno inquieta sebbene i lineamenti si siano fatti più stagionati. Si ritrovano gli arzilli genitori, con l’eccentrica, invadente mamma inesperta nell’uso di smartphone e alle prese con le elezioni di un comitato parrocchiale, l’ex compagno Mark Darcy frattanto accasatosi (senza che ciò gli abbia impedito di avere Bridget in mente) e, fra le trovate intelligenti nel collaudato stile della saga cinematografica, l’aleggiante spettro di Hugh Grant, del cui personaggio si assiste alle esequie nell’incipit.

Nel ritrovare quasi per intero il campionario del trittico, il fan non resta deluso: non solo l’ouverture, ma anche altre situazioni inducono il pubblico a convincersi che Bridget Jones’s Baby non aggiorna (soltanto) la formula, reiterandola pari pari, quasi che il solco lasciato dalla temporalità minimamente ne intaccasse l’emisfero, e facendo del film un cristallino rifacimento, ma non una parodia, della puntata iniziale. Di fronte al nuovo boss di Bridget, tutto vistoso trucco dark e mania dello scoop, troviamo un corrispettivo in gonnella, simpaticamente antipatico, del bellimbusto Daniel Cleaver, mentre i colpi più ilari si rivelano proprio quelli sullo sfondo dello show televisivo: intenta a suggerire le battute alla conduttrice Sharon “Shazza,” la protagonista in cabina di produzione non si accorge, parlando al telefono, di lasciare maldestramente acceso il microfono (con gli ovvi imbarazzi che ne scaturiscono). O quando, in tutta fretta, va a ritirare all’aeroporto un presidente asiatico scoprendo in diretta che a esser intervistato è un malcapitato chauffeur. Il che implica il licenziamento di Bridget per incompetenza professionale e il suo conseguente, ennesimo sfogo in faccia al superiore, in luogo di quelli con Cleaver. E non manca tra i luoghi canonici la gag del deretano sbattuto in faccia alle telecamere, benché stavolta non sia quello di Bridget.

Con ciò, i pregi del prodotto potrebbero rivelarsi i suoi limiti; a smentirlo, è la constatazione che i segmenti-fotocopia devono far i conti coi ripensamenti esistenziali e i bilanci affettivi. Ne è esempio l’abbandono di Mark da parte di Bridget, consapevole che il ritorno fra le sue braccia dopo un tiepido rapporto durato due puntate potrebbe rivelarsi deleterio. E sebbene l’epilogo, ugualmente, riconduca la donna al suo potenziale Mr. Big compagno di una vita, il desiderio di emancipazione indipendente apparenta persino questo, il più goffo dei bozzetti femminili del Duemila, alle eroine della rivalsa sul maschio, che da Sex & the City fino ai recentissimi Joy e Mistress America tratteggiano il ruolo della donna con spirito consono (o almeno allineato) all’odierno paradigma socioculturale. Come spiegare altrimenti la maternità “geriatrica” di una single che, conscia d’impelagarsi nell’ultima occasione, sconsiglia apertamente ed incautamente l’amniocentesi? E poco interessa che l’ambizione di Bridget sia la medesima, naturale e conformista, di qualsiasi altra tipologia: si tratta pur sempre della scelta di chi, rimasto mentalmente legato ad atteggiamenti adolescenziali, sa di non poter scavalcare il tempo (vedi i flashback natalizi delle puntate precedenti tra la donna e Mark), né ignorare l’orologio biologico.

La nostalgia si mescola alla tenerezza e così, sotto la buccia di una commediola edificante, la dissertazione di una donna alle prese con l’ultima chance trasmuta l’operina in un prodotto non sbagliato e molto migliore del secondo capitolo. Benché la scelta di offrire la mano al partner della vita, nel momento del travaglio, chiarifichi un sentimento mai sopito, anche l’indecisione su quale dei due compagni tenere è valutabile in un’ottica, per il personaggio, più adulta. L’ulteriore ménage à trois – sfociante stavolta in una collaborazione tra uomini, anziché in conflitto – tiene contemporaneamente vivo fino al termine il mistero di chi sia il padre del nascituro: “Sembra di assistere a una puntata di X Factor,” stigmatizza la cinica ginecologa vetero-femminista impersonata da Emma Thompson (qui anche co-sceneggiatrice). Rilevante è l’apporto di una diegetica colonna musicale, e un buon peso è offerto, di nuovo, alle apparecchiature tecnologiche in tanti spiritosi passaggi (Mark che valuta al computer le affinità di coppia tra lui e Bridget e tra quest’ultima e Jack). Ecco che la solitudine esistenziale del Numero Primo della saga sconfina, al terzo episodio, in un voluto triangolo: e il morbido Jack Qwant – che a dispetto di Clavier è disposto alla menzogna per tenersi la donna per sé – è un piccolo barone degli algoritmi.

Il difetto del film, semmai, sta nell’incapacità di aver coraggio sino in fondo, proprio perché autori e sceneggiatori non possono non indirizzare personaggio e parentesi congeniali ormai note in una direzione da cui non ci si può distaccare, e a cui si è affezionati. Non è nemmeno giusto pretenderlo: Bridget Jones si fa amare così com’è. E per quanto l’intreccio abusi talvolta del modello francese Les compères, alcune trovate nella seconda parte sono gustose, come la scelta di reiterare in identico modo la notizia della paternità sia a Mark che a Jack, da parte della ginecologa in accordo con Bridget. O la marcia femminista che, per qualche minuto, impedisce la corsa in ospedale verso il parto imminente, e che ha a che fare con la causa, in apparenza trascurabile, che impegna Mark in tribunale. Fino a lei in braccio al suo lui (ma quale?) che se la porta via sulle note di Up Where We Belong, parodiando Richard Gere in uniforme da ufficiale e Debra Winger. D’obbligo il lieto fine con nozze e testimone: c’è quasi da scommettere che tutti i personaggi li ritroveremo, tra qualche lustro, al centro di una nuova puntata. A suggerirlo n
on è tanto la cartolina natalizia al termine degli ending credits, con Bridget, Mark e il loro bimbo che salutano, quanto l’enigmatica pagina di quotidiano che il freeze conclusivo contiene. 

 
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