*Biomasse: l’illusione dell’energia alternativa

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Come illudere gli ex bieticoltori di Massa e spingerli a coltivare il sorgo da fibra da bruciare nel convertitore: dopo il danno, la beffa. In-sorgo contro i pasticci della politica agraria europea: + biomasse   =  + tasse !

 

Il desiderio di sfruttare la biomassa per produrre energia si fonda su due tipi di vantaggi, solo presunti o ragionevolmente probabili.

Al primo tipo dà grande importanza un forte movimento d’opinione, convinto che i cambiamenti climatici, venturi o già in atto, siano dovuti a un aumento di concentrazione del biossido di carbonio nell’atmosfera.

Tale teoria, che ha portato alla stesura del protocollo di Kyoto, ha sostenitori ma anche validi oppositori nel mondo scientifico; questi ultimi, alla luce dei dati sperimentali raccolti nel Novecento sulle temperature della bassa atmosfera e sull’andamento della concentrazione suddetta, muovono critiche molto forti ai modelli usati per predire il clima dei prossimi decenni.

Esistono comunque argomenti meno opinabili a favore dell’uso energetico delle biomasse.

In linea di principio, esse possono contribuire a ridurre la dipendenza dagli stati esteri produttori delle materie prime impiegate tradizionalmente come fonti d’energia. Inoltre, dopo l’11 settembre 2001, il mondo civile è divenuto molto più sensibile alle minacce terroristiche; e può dunque apprezzare la frammentarietà intrinseca allo sfruttamento energetico delle biomasse, che avviene in impianti di dimensioni relativamente contenute, e anche la pericolosità molto minore d’un deposito di biomassa, rispetto a quelli dei combustibili fossili o nucleari.

 

Nell’aprile 2002 s’è svolto a Pisa un seminario del programma PROBIO.

Vari oratori hanno illustrato le prospettive della bioenergia (o energia da biomassa), alcune delle quali incoraggianti.

Ci sono però anche aspetti diversi.

Uno degli organismi organizzatori ha pubblicato nello stesso mese un documento dove, nel paragrafo dedicato al biodiesel (cioè al carburante per motori diesel ricavato chimicamente da oli vegetali), si legge: “”L’Italia importa circa il 70% degli oli per la fabbricazione del biodiesel prevalentemente da Francia e Germania e, in misura minore, da altri Paesi europei ed extraeuropei””. Pur se non ufficiale (come dichiarato da V. Bartolelli, vicepresidente, ITALBIA, Italian Biomass Association), questo dato mostra già come l’Italia non possa illudersi che il settore possa dare un gran contributo alla valorizzazione d’un prodotto nazionale, avvalorando dunque lo scetticismo che, a proposito delle forti agevolazioni fiscali al biodiesel, il comitato scientifico dell’ANPA ha già manifestato.

Nel gennaio 2002, nel corso d’un convegno a Roma, l’economista G. Munda comunicò un’informazione che, accostata a quella di poco sopra, rafforza parecchio la sensazione che sia necessaria un’informazione più corretta, e magari che la politica italiana sul biodiesel debba cambiare: il nostro paese produce il 70% del biodiesel europeo.

In poche parole, le agevolazioni fiscali italiane vanno a beneficio delle economie d’altri paesi, che nel biodiesel credono molto meno.
Il chimico S. Ulgiati espose inoltre i risultati d’alcuni calcoli molto interessanti: se il biodiesel dovesse essere miscelato al 5% (il limite entro cui non sarebbero necessarie modifiche ai motori) in tutto il gasolio consumato in Italia, nella migliore delle ipotesi la produzione agricola nostrana, per far fronte alla domanda, sarebbe costretta ad aumentare del 200%, occupando il 50% di terreno in più. Crescerebbero del 20% anche l’acqua consumata e i pesticidi immessi nell’ambiente. L’obiettivo è dunque molto pericoloso, e comunque cozza con la indisponibilità di nuovi suoli agricoli. M. Giampietro, dell’Istituto Nazionale di Ricerca dell’Alimentazione e Nutrizione, portò l’esempio del Brasile, dove, per produrre il carburante bioetanolo sufficiente agli spostamenti di quarantamila persone, si è dovuto fronteggiare un inquinamento pari a quello delle attività di due milioni di abitanti.
Su uno degli ultimi numeri dell’organo ufficiale della Società Chimica Italiana, A. Girelli, dopo aver riprodotto una tabella da fonte attendibile che ricorda come il potere calorifico del petrolio grezzo sia notevolmente maggiore di quello dei vegetali più importanti, ha scritto: “”La lotta all’inquinamento, alla quale fanno spesso riferimento gli zelatori delle biomasse, mi sembra alquanto pretestuosa, dato che le emissioni del cosiddetto biodiesel non sono nel complesso assai migliori di quelle del gasolio debitamente raffinato””. Altrettanto si può dire dell’idea d’un ritorno in grande stile al legno come combustibile: il suo potere calorifico è meno della metà di quello del petrolio grezzo, per tacere del fatto che la legna da ardere è il combustibile solido la cui combustione genera emissioni particolarmente inquinanti (soprattutto particolato).

C’è poi l’aspetto quantitativo.

Nel 2000 la biomassa rinnovabile, compreso il legno, il gas prodotto nelle discariche e il bioetanolo, fornì soltanto circa il 3,4% dell’energia necessaria agli Stati Uniti, sommando elettricità, carburanti e riscaldamento. Il rendimento con cui le piante immagazzinano l’energia solare è in media circa lo 0.1%. I costi di raccolta e trasporto della biomassa a grandi impianti industriali è molto alto, perché essa ha una bassa densità energetica.

Ciò ne ha ristretto lo sfruttamento ai siti dove viene raccolta per altri scopi: cartiere, stabilimenti alimentari, centri di raccolta e trattamento dei rifiuti.

Dal punto di vista economico, il rendimento energetico della biomassa è molto inferiore a quello dei combustibili fossili. I programmi americani più recenti nel settore della bioenergia si sono spostati verso le cosiddette bioraffinerie integrate, capaci di produrre, con grande elasticità, oltre all’energia elettrica, anche sostanze chimiche d’interesse industriale (tramite processi enzimatici o pirolitici) e carburanti, in modo da adattare la produzione alla domanda variabile del mercato.

Per i piccoli impianti, come potrebbero essere quelli delle singole fattorie, la biomassa potrebbe subire gassificazione termica o degradazione enzimatica, e alimentare celle a combustibile.

Rimangono tuttavia i limiti per cui si calcola in almeno 2500 km2 la superficie da coltivare (alle nostre latitudini) per fornire biomassa a una centrale da 7 miliardi di kWh/anno (per dare una vaga idea, circ
a un quarantesimo del fabbisogno italiano), e si ricorda che occorre consumare un litro di combustibile fossile per produrne due d’olio di colza esterificato (da usare come biodiesel) o uno e mezzo di bioetanolo.

Anche F. Trifirò, nel settembre 2001, metteva in guardia contro convinzioni errate: le biomasse “”devono essere raccolte, lavorate e fatte ricrescere di nuovo, con i tempi dettati dalla natura; per ottenerle occorre sudore della fronte, terreno, acqua non salmastra, insetticidi, fertilizzanti e forse anche sementi geneticamente modificati, per aumentare la produttività dei raccolti. Attualmente in Malesia ci sono magazzini colmi d’olio di palma non utilizzato, materia prima ottimale per il gasolio, ma quello derivato dal petrolio è ancora più economico. Infine, ci si può chiedere quale senso abbia l’utilizzo delle risorse agricole per produrre prodotti chimici, quando ci sono miliardi d’individui sul pianeta ancora da sfamare e la terra è ancora piena di petrolio, carbone, gas naturale e scisti bituminosi””.

 

*Documento tratto dal volume Scienza e Ambiente: conoscenze scientifiche e priorità ambientali (Volume II) a cura del Comitato Scientifico ANPA

 

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