Bice incontra Modena Radio City

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Roberto Serio, direttore responsabile di Modena radio city . “Una radio che fa ragionare sulla nostra realtà, che tiene compagnia e che nello stesso tempo, se può aiuta a far vivere meglio questa città, dove le opposizioni non hanno mai saputo proporsi come alternativa e questo non credo soltanto perché i modenesi avessero la pancia così piena da non potere ragionare”

Parafrasando un celebre incipit oggi si può dire “c’è uno spettro che si aggira per il mondo” questo è formato dai Mezzi di comunicazioni di massa: a questo mondo al quale Lei appartiene, bisogna essere grati o è meglio rivolgersi con diffidenza?

 

Innanzi tutto io non appartengo a questo mondo, lavoro all’interno di questo settore particolare dell’informazione, è un mondo che al contrario mi appartiene sin da bambino come una vocazione. Ma non è detto che quando si lavora in questo campo si sia soggiogati dalle routine produttive o dalle modalità che impongono gli stili superiori. E’ sempre stato un mio capriccio – non so se sono riuscito – cercare di svincolarmi da alcuni legami che rendono questo settore anche pericoloso oltre che un settore di servizio?

 

Nel ringraziarvi per i servizi alla cittadinanza, ci dica la verità: riuscite ad essere così condizionanti l’opinione pubblica come ci ricordano i sociologi e studiosi della materia ogni giorno?

 

Io credo che indubbiamente chi lavora nel mondo della comunicazione, intesa a raggio più ampio rispetto al settore specifico dell’informazione giornalistica, abbia un peso sul convincimento e sulla modifica della percezione della realtà da parte di chi ascolta, legge giornali, sente radiogiornali e vede telegiornali. La realtà è, un po’ come diceva il responsabile marketing della Coca Cola a suo tempo – quando affermava “”io so perfettamente che la metà dei soldi che spendo in pubblicità sono buttati via, ma non so quale metà sia, la verità è che noi non sappiamo, in realtà, come condizionare davvero. Non c’è una ricetta, è la somma di tutte quelle cose che interagiscono con un ambiente, con un tipo di percezione, con le mediazioni delle relazioni tra le persone, in cui entrano in modo più forte elementi di moda, di status, più ancora che informazioni vere o sbagliate. E poi è inutile, c’è una gran diffidenza nei media. Una volta si diceva “”l’ha detto la televisione””. Oggi forse non è più così

 

Riprenderemo il discorso, intanto ci dica in due parole la caratteristica della sua radio.

 

La “”mia”” radio, la radio in cui lavoro, vuole essere il più possibile parte attiva all’interno della comunità cui si rivolge. Esattamente come ciascuno in una famiglia, in un gruppo sociale svolge un ruolo (che gli sia o meno riconosciuto), l’intenzione nostra è di essere con i modenesi, insieme ai modenesi, un elemento che fa ragionare sulla nostra realtà, che tiene compagnia e che nello stesso tempo, se può aiuta, (esaltando le esperienze positive, e segnalandole) a far vivere meglio questa città.

 

A suo parere il vostro pubblico rispetto a ieri sta risentendo di una crisi da overdose di radio o è diventato più indifferente o più sordo ?


Non vorrei che ci fosse di nuovo un peccato originale alla base, cioè che noi pretendessimo che l’ascoltatore ascolti solo noi o che recepisse le cose come gliele diciamo. In un rapporto squilibrato come di quello di chi emette (si dice emittente) rispetto ad una massa di ascoltatori, è sempre un problema realizzare quello che è il massimo per la comunicazione: un dialogo in cui ad ogni intervento c’è una risposta. Quello che noi speriamo, invece, utopicamente di riuscire a fare, è di creare un vero e proprio dialogo. La radio è uno degli strumenti che permette questo: di rispondere, di interagire, di criticare in diretta. Quando saremo capaci di fare questo bene, cioè di dialogare con la città, questo problema non si porrà assolutamente.

 

Tornando a prima: lei ricorderà il vecchio film “Quarto potere” dove si annuncia lo sbarco dei marziani e gli ascoltatori vengono presi dal panico. Oggi non è più possibile perché un grande fratello sopra di voi ve lo impedisce, pigrizia mentale o altro?

 

Vorrei rispondere che non succede più perché i marziani sono già tra noi, non li riconosciamo, forse addirittura i marziani siamo noi, che non riconosciamo neppure più noi stessi e ci stacchiamo sempre di più da ritmi più naturali, dalla percezione del nostro corpo, facciamo prevalere le esigenze del lavoro o dello stare in un certo modo in questa realtà, rispetto a quella che sarebbe la naturalità dei nostri bioritmi. La pigrizia è più da parte di chi trasmette, cioè di chi fa i giornali e i radio giornali che non da parte degli ascoltatori che inevitabilmente sono soggetti ad una sorte di overdose perché sono bombardati di messaggi ovunque. Su questo ci sarebbe da dire una cosa: come in ogni rapporto di comunicazione che riesca, che punti ad un esito positivo, deve esserci una sorta di contratto non scritto tra chi parla e c
hi ascolta, tra chi entra in questo gioco della comunicazione. Un contratto che in semiotica si chiama contratto fiduciario. Finché persiste questo, si riesce, se non persiste, è inutile provarci.       

Rimettiamo a fuoco la domanda: voi radio, tv con canzonette a go go e arredamenti tre per due, 24 ore su 24 predisponete il nostro cervello che vi ascolta ad essere riempito di  altro ancora. Mi riferisco ad una realtà modenese praticamente culturalmente da 60 anni uguale a se stessa. Non andate oltre per timore di rompere il giocattolo o perché non è ancora sufficiente sa’s ciapa? Oppure dobbiamo aspettarci a breve un colpo di scena?


Il governo di una città è sempre lo specchio dei suoi abitanti. Noi siamo una realtà affetta da provincialismo, una realtà che nelle sue radici, in passato, ha invece saputo smarcarsi e dire delle parole importanti. Non so perché – e temo che questo sia un difetto degli operatori – il massimo che vedo fare in certi settori è lo scimmiottare le cose su scala più grande senza tener presente che non è la stessa cosa parlare a tutta la nazione e parlare ad una comunità più ristretta.
Il discorso dei soldi è un discorso dominante: chi fa questo lavoro deve garantire mezzi di sopravvivenza a chi opera nel settore, di fianco a lui. Nel senso che se non entra la pubblicità, il discorso è chiuso, altrimenti ci sono “”padroni”” o qualcuno che ha interesse a finanziarti diversamente. Succede anche questo, anche se nessuno lo dichiara mai. Doversi mantenere significa incontrare un certo gradimento del pubblico che purtroppo non è analizzato in termini specifici più raffinati: cioè si guarda il numero delle persone e magari parlare a 100 mila persone, male, significa non raggiungerne neanche una, mentre invece parlare a meno persone, bene, significa costruire un rapporto che, anche per chi è utente pubblicitario, è estremamente più produttivo. Si tratta di usare intelligentemente i mezzi: l’equazione costo – contatto ormai in pubblicità vale molto poco se non per i prodotti di larghissimo consumo. Nell’ambito dei media locali, io vedo anche la propensione, ad esempio, del piccolo commerciante di quartiere a sentirsi gratificato ad essere su un’emittente che raggiunge per bacino d’utenza, che sò… le Marche, ma chi è che poi dalle Marche arriva a comprare le scarpe in via Giardini?


Lei trasmette in una città che sotto il profilo politico è stata descritta come territorio dove certi conti non tornano: quasi sessant’anni ininterrotti di governo dei “rossi” usati per costruire la più borghese e capitalista tra le nostre città. Un’opposizione non è riuscita a garantire un’alternanza di governo in tutto questo tempo: sessant’anni di non alternanza che, a prescindere dal colore della sua composizione, non fa bene alla democrazia, alla formazione della sua classe dirigente, in sintesi non fa bene alla città. Di fronte a questa analisi manda in onda “la camisa negra” o sollecita un approfondimento?

Fine modulo


Noi mandiamo in onda regolarmente la “”Camisa negra”” perché è decisamente una gran bella canzone. Quanto al resto, i tempi del monocolore, almeno in sede politica stretta,, sono finiti. Ma rimangono degli addentellati in alcuni gangli di potere economici e anche politici che ovviamente non si possono negare. Il senso di questa staticità non può non penalizzare la dinamica di una città che cresce, ma la fortissima contaminazione che si è realizzata con l’Ulivo di una cultura riformista cattolica che raccoglie anche intelligenze e sensibilità diverse, come pure quella dei movimenti ecologisti, non può non contaminare la politica di chi governa in modo positivo. Bisogna ascrivere alle opposizioni di questa città le loro colpe: non hanno mai saputo proporsi come alternativa e questo non credo soltanto perché i modenesi avessero la pancia così piena da non potere ragionare. Quindi chi è causa del suo mal pianga se stesso e probabilmente una buon mossa non dispiacerebbe, proprio perché farebbe bene alla città

Rispetto alla concorrenza secondo lei qual è l’aspetto più simpatico della sua emittente?

 

Quello della ricerca di una forma di familiarità sia all’interno del gruppo di lavoro sia con gli ascoltatori che via via, attraverso una serie di cambiamenti che stiamo operando sulla “”linea editoriale”” (che comprende anche le scelte musicali, il tipo di programmi…) ci ascoltano capendo che forse qualcosa di diverso – magari non di migliore – ma certamente diverso, è possibile.           

 

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