Atenei e ricerca, Ghizzoni “Più investimenti già in Legge stabilità”

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La parlamentare modenese del Pd ha lanciato il programma #labuonauniversitaericerca

 

L’Italia è il fanalino di coda per quanto riguarda gli investimenti sia pubblici che privati in ricerca e sviluppo. L’esito scontato di questa scelta è che il nostro Paese ha una minore capacità di produrre e diffondere conoscenza”: è partendo da questo assunto che la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Istruzione della Camera, lancia il programma #labuonauniversitaericerca che contiene le priorità di intervento per rendere competitivo il nostro sistema universitario. “Come legislatori abbiamo da fare  molte cose – conferma Manuela Ghizzoni – già a partire dalla imminente legge di stabilità: da qui dovrà arrivare in primo luogo la certezza di maggiori risorse.

 

“Dalla costruzione della crescita per i prossimi vent’anni auspicata dal premier Renzi non possono essere esclusi interventi e investimenti sul sistema universitario e sulla ricerca pubblica, due settori strategici per la promozione sociale e civile del Paese e per la capacità di ripresa della nostra economia”: lo ha ribadito la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, intervenendo, nella serata di giovedì 4 settembre, al dibattito su Università e ricerca alla festa del Pd “Saperi 2.0” in corso di svolgimento a Orvieto. Parafrasando il progetto del Governo sulla scuola, ha indicato nel programma #labuonauniversitaericerca le priorità di intervento per rendere più competitivo il nostro sistema di istruzione e formazione superiore. “L’Italia è il fanalino di coda per quanto riguarda gli investimenti sia pubblici che privati in ricerca e sviluppo, nonché in formazione universitaria. L’esito scontato di questa scelta è che l’Italia ha una minore capacità di produrre e diffondere conoscenza. Nonostante ciò, nonostante l’alto numero di ricercatori precari e sebbene le politiche di valorizzazione del personale di ruolo siano inesistenti, nel nostro Paese si fa tanta e buona ricerca. Si formano anche buoni laureati che occorre trattenere con politiche di reclutamento aggiuntive e favorendo il turn over nelle università italiane, che si stanno impoverendo drammaticamente di personale di ruolo anche a causa del fatto che le assunzioni sono sostanzialmente bloccate da sei anni. Come legislatori abbiamo da fare  molte cose, già a partire dalla imminente legge di stabilità: da qui dovrà arrivare in primo luogo la certezza di maggiori risorse e la loro stabilizzazione. Per il nostro sistema di istruzione superiore e di ricerca bisogna mettere in campo una organizzazione più flessibile in grado di competere con la velocità decisionale e attuativa che oggi caratterizza lo scenario initernazionale. Sarà necessario riordinare le norme sul finanziamento delle università e dei centri pubblici di ricerca, in modo da restituire autonomia budgetaria; rivedere le norme sulla contribuzione studentesca, per garantire, da un lato, maggiore progressività e, dall’altro, l’esenzione dei redditi medio-bassi; semplificare la selva contrattuale pre-ruolo del personale precario e valorizzare il dottorato di ricerca anche nel mondo del lavoro. Altrettanto necessario è semplificare le norme che regolano la gestione e la valutazione delle università e degli enti di ricerca, evitando criteri meramente quantitativi e adempimenti puramente burocratici e puntando a una valutazione che aiuti a migliorare piuttosto che a sanzionare e punire. Infine, a tre anni dalla sua approvazione occorre valutare molto attentamente i risultati ottenuti dall’applicazione della “”Legge Gelmini”” (L. 240 del 2010) rispetto a quelli attesi, apportando tutte le modifiche legislative necessarie per rilanciare l’istruzione universitaria e la ricerca in un quadro di maggiore autonomia istituzionale e di deburocratizzazione. Ciò che auspico – conclude la parlamentare – è che Governo e Parlamento, nell’approntare le misure sopra delineate, ascoltino le istanze di chi la ricerca la fa “sul campo”: di policy cadute dall’altro (quattro in 10 anni) non se ne sente proprio il bisogno”.

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