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Da non perdere la sesta edizione di “Arcipelaghi sonori”, il festival internazionale di musica etnica a San Cesario sul Panaro.Dell’evento abbiamo parlato con Francesco Benozzo, che ne è l’ideatore e il direttore artistico che in proposito ci ha detto.di Massimo Guerrini

Per il sesto anno consecutivo, nella cornice del parco di Villa Boschetti, si terrà, il 18 e 19 agosto, il festival “Arcipelaghi sonori”, l’importante rassegna di musica etnica ormai considerata uno dei più importanti eventi internazionali dedicati alla musica popolare e folk. Del festival, che porta ogni anno a San Cesario migliaia di spettatori, parliamo brevemente con Francesco Benozzo, che ne è l’ideatore e il direttore artistico: un ricercatore in filologia e antropologia dell’Università di Bologna e al contempo uno dei più accreditati interpreti contemporanei dell’arpa celtica

 

Francesco, puoi presentarti brevemente, cercando di far capire il tuo doppio percorso di ricercatore e artista e da cosa è nato il tuo amore per la musica celtica, di cui sei oggi uno dei protagonisti più affermati?

 

In una qualche misura le due cose sono in fondo collegate. La mia ricerca – diciamo – “accademica” riguarda in buona parte il mondo delle letterature medievali celtiche e della linguistica celtica, e l’arpa che suono da anni appartiene proprio a quel mondo.

Fin da piccolo, passando sotto il Portale della Pescheria del duomo di Modena, dove è scolpita una delle più antiche raffigurazioni note di Re Artù, mi ero appassionato alle storie dei cavalieri della Tavola Rotonda e a tutto il mondo che intorno a loro potevo intravedere. A poco a poco questa passione si è misteriosamente legata da un lato a una vera e propria ossessione per i paesaggi dell’Appennino e dall’altro a una curiosità sulle matrici sonore e musicali di quel mondo nordico che mi pareva di intravedere sotto il nostro Crinale.

Circa quindici anni fa ho comprato un’arpa celtica con i soldi che avevo racimolato raccogliendo frutta in estate, e ho subito sentito (e deciso) che avrei suonato quello strumento, e solo quello strumento. Quell’attrazione verso i paesaggi, unita alla volontà di conoscere direttamente luoghi e tradizioni che rischiavo altrimenti di “tradire”, cadendo in una loro conoscenza solo scritta, a tavolino, mi hanno poi spinto a partire per il Galles, un luogo dove ho vissuto per cinque anni, dove ho incominciato a suonare in pubblico, dove ho inciso alcuni dei miei dischi, e dove ho imparato le più importanti lingue celtiche.

 

Hai accennato ai tuoi dischi. Prima di parlare del festival di San Cesario, puoi dirmi qualcosa a proposito? Inoltre, stai lavorando a qualche nuovo progetto?

 

I primi due album li ho appunto incisi in Galles, insieme ad alcuni musicisti gallesi e irlandesi.

Si tratta di album d’autore, con brani di mia composizione, in cui io suono e canto, nel primo usando come lingua  il dialetto di Fanano, nell’altro Appennino modenese, nel secondo l’antico gallese.

L’album in dialetto – che si intitola In’tla piola – ha poi vinto una menzione speciale della critica ai Folk Awards di Edimburgo nel 2004. Nel frattempo sono usciti altri due cd: Carte di Mare (una serie di storie di esplorazioni e viaggi, dal medioevo irlandese alle grandi spedizioni ottocentesche nell’Artico) e il live di un mio concerto a Verona. Attualmente sto registrando altri due cd: un nuovo concepì album dal titolo Appennino atlantico,  con musiche e testi di mia composizione e con un’attenzione particolare alle musiche tradizionali appenniniche e un libro-cd dal titolo Onirico geologico, nato da un mio lungo poema appenninico che ho per la prima volta “eseguito” due mesi fa al Parma Poesia Festival insieme al vocalist storico della PFM, Bernardo Lanzetti. Per quanto riguarda le mie ricerche filologiche e antropologiche, dopo alcuni libri sulle origini della cultura medievale europea, sto ora raccogliendo materiali per un grosso volume sulla continuità di certe tradizioni locali (le guaritrici di campagna, il poeta popolare, i nomi di luogo) con il nostro passato preistorico.

 

Puoi ora dirmi qualcosa sul festival “Arcipelaghi sonori” di San Cesario, che hai ideato sei anni fa e di cui sei direttore artistico?

 

“Arcipelaghi sonori” è un festival di musica etnica che da sei anni ha portato a San Cesario i migliori esponenti mondiali della World music, sempre con un’attenzione particolare ai luoghi appenninici e alla realtà locale.

L’idea che anima il progetto è appunto quella dell’arcipelago: ricerca e il riconoscimento di matrici comuni, sommerse, in isole che sembrano apparentemente distanti.

La formula è semplice: due serate di musica nel parco di Villa Boschetti, ciascuna con due gruppi, per un totale di quattro eventi musicali ogni anno. Con soddisfazione, posso dire che oggi il festival – realizzato grazie a notevoli sforzi dell’Amministrazione comunale e in collaborazione con l’Associazione Le Contrade di San Cesario, che garantisce per le serate dei concerti la presenza di stand gastronomici – è considerato uno dei più importanti happening internazionali del settore. I riconoscimenti che abbiamo avuto non si limitano ad apprezzamenti e recensioni: la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, ad esempio, ha dato un importante contributo per la realizzazione delle ultime edizioni.

 

Puoi dirmi qualcosa di più sul programma di quest’anno?

 

Ogni anno, come direttore artistico, cerco di portare avanti un’idea dominante, di far passare un messaggio – o, se vuoi, una piccola riflessione – che vada al di là dell’intrattenimento in quanto tale. Lo scorso anno il festival era dedicato al tema della libertà, quest’anno – direi – a quello delle “origini”.

 

Il primo concerto, il 18 agosto, è di Yggdrasil un gruppo delle Isole Far Oer, luoghi nei quali – dissimulate in altre forme – possiamo ancora trovare un’eco delle nostre origini barbariche, i tasselli perduti di una civiltà arcaica che continua a parlarci dalle isole e dai fiordi del nord.

La stessa sera si esibiscono i Troublamours, un ensemble eccezionale di musicisti che vengono dai Pirenei, dai Balcani e dal Salento, luoghi in cui vivono canovacci mitici che nutrono ancora il nostro immaginario contemporaneo.

 

La sera dopo, il 19 agosto, ripercorreremo le tradizioni di Scozia e Irlanda grazie a musiche di cornamusa, con il gruppo Piper’s Night. Chiuderà questa edizione del festival, la sera stessa, Riccardo Tesi e Banditaliana, un gruppo considerato a livello mondiale la band più autorevole del nuovo folk (fino a entrare in lizza per i World Music Award della BBC), fondata da Riccardo Tesi, compositore e organettista di fama internazionale e collaboratore di grandi interpreti della canzone d’autore (tra cui De Andrè, Testa, Fossati).

 

Le origini di cui vorrei che “Arcipelaghi sonori” si facesse tramite sono origini senza miti di origini, senza nostalgie, senza rimpianti per ciò che eravamo.

Quello che dovremmo cercare è invece un modo di essere in sintonia con il mondo che cambia, un modo per continuare a vedere cose permanenti e fondamentali anche là dove sembravano non esserci, facendo in modo che proprio la musica dei popoli continui a proporsi come scansione possibile delle nostre percezioni, come un grande sogno geologico al quale ricondurre i nostri piccoli sogni di ogni giorno.

 

L’ingresso al festival è gratuito. Gli spettacoli si tengono a partire dalle 21, ma gli stand gastronomici sono aperti dalle 20. Saranno inoltre presenti stand di discografia e libreria specializzata.

 

INFO:Francesco Benozzo

 info@francescobenozzo.com 

  www.comune.sancesariosulpanaro.mo.it

 

 

 

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