Appunti sulla Basilica di Fiorano

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Nel distretto della ceramica di Sassuolo, dove tutto continuamente cambia e “fare” è l’unico comandamento, l’inconfondibile cupola così poco modenese del Santuario di Fiorano costituisce il punto fermo capace di dare misura allo spazio e al tempo, di dividere l’ieri e l’oggi, tanto nel paesaggio come nella complicata comunità delle sue genti.

Percorrere le poche centinaia di metri che dal centro del paese portano al piazzale del Santuario può diventare un viaggio: il fiato appesantito dalla salita e dalle due scalinate non impedisce di gustare l’atmosfera del piccolo borgo d’origine medievale: un altro mondo, quasi senza automobili, con cortili interni probabilmente fioriti di ortensie e gerani, fra case senz’altro antiche, ma popolane. Si costeggiano il grande parco e la bella villa Coccapani residenza dei feudatari estensi e si arriva infine al piazzale della Basilica, dove l’aria è ingentilita da una piacevole brezza; lo sguardo può cercare nella pianura gli orizzonti noti; s’odono i passi; i suoni ritornano tersi; la maestosità dell’architettura barocca mantiene un’aria domestica, incapace d’indurre in soggezione.

Qui, nel medioevo c’era una rocca più volte violata e infine distrutta.

Si salvò soltanto una Maestà con la Beata Vergine, detta del Castello di Fiorano, dipinta sul portale d’ingresso; dov’erano le rovine crebbero le casupole di un borgo,  nel 1558 assalito e incendiato da soldataglie spagnole al soldo dei Farnese. Le fiamme, giunte all’altezza dell’Effigie, “sembravano dividersi, per lasciarla scoperta” narrano le cronache.

S’accanirono invano gli Spagnoli e alla fine, pentiti, si prostrarono in preghiera, così che nel dipinto fu aggiunto un soldato genuflesso.

Nel 1630, la bontà della Vergine salvò i Fioranesi (tutti!) dalla peste manzoniana e per grazia ricevuto fu decisa la costruzione di un bell’oratorio, del quale andavano orgogliosi anche perché progettato dal reggiano Prospero Pacchioni, ma il vescovo di Modena chiamato a benedire il nuovo edificio, annunciò che… sì, l’edificio era bello e spazioso, ma al suo posto era meglio costruire un “grandioso” tempio. Neanche inaugurato e già da abbattere!

Così probabilmente aveva voluto il duca Francesco I, smanioso di aggiungere un gioiello al grande complesso ducale di Sassuolo. Un giovanissimo romano, Bartolomeo Avanzini, lo stava trasformando in delizia barocca, splendida e degna di una piccola capitale e fu lo stesso architetto, gentilmente concesso da Sua Signoria, a disegnare il nuovo santuario, ispirato alle chiese della città papale e con la facciata volta al palazzo di Sassuolo, al quale doveva fare corona.

Dunque non possente per dominare la pianura, ma “grandioso” per celebrare la magnificenza d’Este, anche se il tempo sprofonderà il palazzo nell’imprecisata urbanistica sassolese, liberando il santuario da ogni sudditanza.

Peneranno tre secoli i Fioranesi per completare un così gravoso impegno, sproporzionato rispetto al loro paesotto di campagna.

Nel 1670, quando già si era a buon punto, dovettero ripartire da zero perché un chierico inavvertitamente incendiò gli addobbi dell’altare e l’intero edificio andò a fuoco, salvandosi ancora una volta soltanto il dipinto, o poco più. Con l’astuzia dei contadini, scarpe grosse e cervello fino, l’arciprete Giovanni Bascaglia prese per il naso i Francesi napoleonici che volevano chiudere e spogliare il santuario. Invece ottenne di trasformarlo in chiesa cimiteriale e come tale sopravvisse.

I Fioranesi infine portarono a compimento il progetto avanziniano nella seconda metà dell’Ottocento, quando la Vergine preservò il paese dall’epidemia di colera e un fioranese illustre, il pittore Adeodato Malatesta, si incaricò di ridipingere gratuitamente la volta della cupola.

Nel 1959, quando un furto sacrilego sottrasse le auree corone di Maria e del Bambin Gesù, i Fioranesi offrirono le fedi nuziali e l’oro di famiglia affinché dopo pochi mesi potesse ripetersi la solenne incoronazione, con la corona della Madonna splendente del diadema inviato personalmente dal papa.

Il Santuario vale una visita per ammirare gli affreschi e i dipinti di Sigismondo Caula, di Tommaso Costa, di Oliviero Dauphin e di Adeodato Malatesta, l’altare progettato dall’Avanzini e realizzato dai Loraghi. Vale la pensa anche per dispiacersi che l’inserimento di preziosi marmi, negli anni Quaranta, abbia appesantito le splendide linee barocche, impedendo che conquistassero il cielo. Attraversando la sagrestia laterale che raccoglie gli ex-voto e la castellana croce di sasso del tredicesimo secolo, si sale al miracoloso dipinto. Lì è usanza recitare la preghiera che ogni santino riporta sul retro “Vergine gloriosissima che su questo colle di Fiorano vi siete degnata di innalzare il vostro trono di misericordia, ove diffondete da oltre quattro secoli i vostri favori…”. Sono parole forse ridondanti che i Fioranesi conoscono a memoria e recitano con il cuore, orgogliosi di appartenere alla comunità che un duca, facendo abbattere l’oratorio appena inaugurato, costrinse a un’impresa per loro titanica, assolta comunque in maniera egregia, pronti a fare quadrato per difendere il Santuario e la sua centralità. Ora non si usa più, ma un tempo su ogni canottiera e maglia intima era appuntata una medaglietta con la Beata Vergine del Castello, soprattutto fra i militari inviati al fronte, gli emigranti e i bambini. E se pensate che la devozione sia un viaggio nel passato, sfogliate il registro all’ingresso sul quale anonimi fedeli appuntano una lode, una prece e una speranza. Lì scoprirete un po’ del cuore nascosto di un distretto che sente il bisogno di altri miracoli oltre a quello economico, o almeno di un sorriso, di un conforto, di una speranza.

E’ davvero un viaggio di scoperta, o di riscoperta, salire al Santuario, anche se nulla saprà stupirvi, se non piccoli particolari: una meridiana quasi invisibile sul muro meridionale, la flora trestimonianza di un microclima speciale, lo sgranarsi di un rosario nel silenzio meridiano, persone che meditano passeggiando ospitate nella vicina Casa degli Esercizi, la veduta di Villa Guastalla sul poggio a oriente.

E’ un viaggio che si può proseguire salendo fin sulla sommità del Ruvinello, una strada panoramica dove interrogarsi su quale modello urbanistico abbia guidato lo sviluppo del distretto ceramico; può imboccare invece, scendendo da Via Brascaglia, detta “Il Sasso”, l’
angolo più antico e più raccolto di Fiorano, dove ognuno sogna di abitare.

Può aggiungere una visita alla parrocchiale di San Giovanni Battista e cercare di capire come questo paese abbia due chiese e nessuna confusione di ruolo tra esse; un paese che non ha fiera, non ha festa padronale ma è da tre secoli fedele alla celeberrima sagra in onore della Beata Vergine, con Messe dalle 5 della mattina, una ininterrotta processione di fedeli davanti al dipinto e l’accensione di tante candele che è necessario spegnerle quasi subito, accantonarle per poi riaccenderle durante l’inverno per dare completezza ai devoti auspici. E’ una sagra dell’anima e degli affetti, senza concessioni alla spettacolarità, ad eccezione dei fuochi d’artificio che richiamano migliaia di persone.

Il visitatore può infine approfittare e scoprire le altre due bellezze del territorio fioranese: il Castello di Spezzano con il Museo della Ceramica e la cinquecentesca Sala delle Vedute; la riserva regionale delle Salse di Nirano dove dal terreno fuoriescono acqua salata, argilla e gas metano… sempre ricordando che, in fondo, il Santuario di Fiorano sta al Santuario di Lourdes come le Salse di Nirano stanno allo Stromboli. In entrambi i casi, molta meno spettacolarità, ma di sicuro non minore sostanza.

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Il dono del Santuario

 

Appena entrati in Santuario, sulla destra, ci sono un leggio ed un libro aperto, ove i pellegrini e i fedeli possono annotare un pensiero, una supplica, un ringraziamento, una preghiera, oppure soltanto il nome e la data, quale testimonianza della visita, una sottintesa dichiarazione di fede o almeno un barlume di speranza nell’amore della Madre.

Sfogliare le pagine del libro aiuta a comprendere il miracolo che da quattro secoli la Beata Vergine del Castello quotidianamente ripete, sicuro approdo per quanti a Lei si rivolgono come un faro nel buio, quando nella vita si fa notte.

Sul libro, chiedono la grazia madri preoccupate; lasciano un tenero ringraziamento coppie di sposi novelli; compone una preghiera il visitatore che firma soltanto con il nome. Si chiede aiuto per una difficile operazione chirurgica, per un male che si teme incurabile, per ritrovare il lavoro, per un esame scolastico, per una unione di giovani che possa diventare amore. Ci sono tante famiglie in crisi che preoccupano mariti, mogli e figli; ci sono altre famiglie che invece ringraziano per il cammino compiuto; ci sono persone che arrivano da lontano e scrivono nella loro lingua. Ci sono parole di amore e di fiducia per la Vergine Maria, preghiere che hanno la forza di ciò che nasce dall’anima. C’è lo stupore per la bellezza della Basilica, per la pace che in essa si respira. Ci sono le richieste di aiuto, le parole gonfie di disperazione che si tramuta in rabbia.

“Ascolta la mia richiesta, ti prego!”. “Non ho molte parole per esprimere quello che sento dentro di me quando entro in questa Benedetta Chiesa”. “Grazie per la pace e la serenità che dai al mio cuore tutte le volte che entro e rimando a pregare”. “Aiutami cara Madonna a trovare al più presto un lavoro per ritrovare la serenità perduta”. “E tu, dove sei?”. “Eccomi Signore per fare la tua volontà”. “Con todo mi corason, libera Venezuela da esto flagelo (il comunismo)”. “Esaudisci il mio desidero di divenire madre”. “Perché mi hai fatto questo!! Così muoio!”. “Sì, è dura, ma ancora di più. Signore aiutami perché senza di lei non so vivere. Le lacrime non bastano… mi manca più dell’aria che respiro… custodisci il nostro amore per quando arriverò”. “Per ricordare la cara nonna, ci siamo raccolti in preghiera dinanzi a te”. “La mia anima ha sussultato alla vista degli angeli e del tuo volto. Non ero mai stata in questa magnifica casa che ti ospita”. “Aiuto! Aiuto”. “Ferma tutte le guerre del mondo”. “Non giudicare me, non sono una fedele del tuo credo, ma tu Madonna, simbolo di ogni madre, ti sento vicina”. “Dopo 22 anni di matrimonio, siamo tornati in questa Basilica a ringraziare la Madonna e il Signore”. “Aggiusta tutto tu!”. “Signora Santissima, grazie della vita”. “Una preghiera particolare dagli Alpini”. “Ci siamo fermati per ringraziarti”. “Quando sarai grande verrai a vedere questo scritto. Buon battesimo”.

Sono diversi i libri già completati e conservati nell’archivio del Santuario, come una corona del Rosario che il tempo sta sgranando e sarebbe interessante recuperare almeno qualcuna delle testimonianze e delle preghiere in essi conservate. Ma basta alzare gli occhi dal libro e guardarsi attorno perché tutto, ogni pietra, pennellata, marmo, pizzo, ricamo, stucco e decoro è la testimonianza della fede e della fiducia nella Vergine Maria, che illustri personaggi e sconosciuti fedeli hanno voluto lasciare. I dipinti della cupola non sono forse un atto di amore dell’illustre pittore fioranese Adeodato Malatesta, che realizzò gratuitamente e con gran fatica in sei mesi di lavoro? E la cupola stessa non fu realizzata grazie alla cospicua donazione del sacerdote conte Adamo Boschetti? E la corona che l’8 Settembre rende onore alla gloria della Madonna non contiene l’oro generosamente offerto Fioranesi, dopo il sacrilego furto di cinquant’anni or sono? E non l’impreziosisce una pietra inviata dal Sommo Pontefice? Non sono forse un dono i candelabri lignei? Non verrà eretta la statua di Giovanni Paolo II, frutto della generosità di tanti? Nulla vi è nel Santuario e del Santuario che non sia ascrivibile a un gesto di fede, di religiosità e di ringraziamento; tutto contribuisce a sgranare una filiale e corale litania alla Beata Vergine, raccontata con i colori e le immagini degli ex-voto, racchiusa nelle architetture e nei cicli pittorici, scritta sul libro dei pellegrini, testimoniata nella cura e nelle preziose lavorazioni degli arredi, ardente nelle fiammelle delle candele, rinvigorita quotidianamente dall’opera di tanti per il mantenimento dell’edificio e per la sua funzionalità.

Il libro è sulla destra, appena entrati in Santuario; lì potete lasciare un vostro pensiero, esprimere il vostro “Per Grazia Ricevuta”, ripetere la vostra supplica, ma è un libro che non ha né una prima né un ultimo foglio, perché quelle pagine s’espandono all’intero edificio;sono un capitolo del grande volume, del cuore e dell’anima, che la Beata Vergine del Castello e i Fioranesi stanno scrivendo da quattrocentocinquant’anni.

 

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