Ambientalmente siamo “troppo”

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Siamo troppo e siamo troppi, per la sostenibilità della nostra terra e della nostra natura e
le misure assunte risultano blande e non strutturali. Continuiamo a costruire strade e autostrade
più che ferrovie;  a non affrontare i nodi della logistica per le aziende; a non pensare al
consumo ambientale quando realizziamo i piani regolatori dei comuni.

Abbiamo trascorso un weekend con le limitazioni alla circolazione, dopo che è scattata l’allerta smog in tutta la regione. Ci risiamo e ancora manca gran parte di quel 33% di inquinamento derivante dal riscaldamento. Guardando la pianura padana dai primi poggi dell’Appennino, anche quando in lontananza brillano al sole le vette delle Prealpi venete, sotto di loro è ormai stabile quella fascia grigiastra d’inquinamento.

Io credo che siamo troppo e siamo troppi, per la sostenibilità della nostra terra e della nostra natura e le misure assunte risultano blande e non strutturali. Continuiamo a costruire strade e autostrade più che ferrovie; a favorire l’uso dell’automobile più che del mezzo pubblico, a non realizzare le piste ciclabili neanche nelle nuove lottizzazioni, a non affrontare i nodi della logistica per le aziende; a non pensare al consumo ambientale quando realizziamo i piani regolatori dei comuni, oggi detti piani strategici.

E anche quando ci piacerebbe farlo, le istituzioni, già bloccate di loro dalla burocrazia e dai bilanci, si trovano di fronte il muro delle imprese private che misurano le proposte in termini economici del presente.

Ci diciamo che aumenta il verde ma spesso in realtà parliamo di aree non più impermeabili. Un passo avanti sì, ma non decisivo. Ad esempio: una vecchia area industriale dismessa e abbandonata, con una superficie impermeabilizzata al 90%, tra edificato e asfaltato, viene ‘riqualificata’ e diventa una zona residenziale e commerciale, impermeabilizzata soltanto al 40/50%. Se ci pensiamo, inquina di più questa nuova area perché occorre calcolare il riscaldamento e l’areazione delle case e degli esercizi commerciali; l’inquinamento di automezzi dei residenti, dei clienti e dei fornitori.

L’Emilia-Romagna, insieme alla Padania, dovrebbe rivedere in profondità le caratteristiche del suo sviluppo e arrivare anche a dire dei no a nuovi insediamenti e ad ampliamenti, ma anche no a nuove lottizzazioni se comporta un aumento di abitanti perché ogni persona in più è più traffico, più servizi, più utilizzo energetico e già siamo al gradino ‘troppo’, da cui finisce per dipendere anche il ‘troppi’, che non è solo il numero di abitanti, ma anche di turisti, visitatori, lavoratori pendolari ecc. Pensiamo ad esempio all’A1, all’A14 e all’A22, autostrade per il trasporto su gomma, per i turisti, per i lavoratori.

Servirà, ma non risolverà il problema la limitazione alla circolazione, misura tampone per l’emergenza. Ci vuole ben altro che però richiede una rivoluzione culturale, per le persone, per le comunità locali, per le città, per le imprese e per le istituzioni. In attesa. Un altro modello di sviluppo.

Realisticamente continueremo a procedere come si può, ma la natura ha altri tempi e altri modi. Non ci aspetterà.

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