Alla ricerca dell’innesto perduto: Blade Runner 2049

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Ideale ""Capitolo Secondo"" del  capolavoro di Ridley Scott uscito nel 1982, Blade Runner 2049 riflette al meglio sull’evanescenza e la labilità dell’era digitale. È il cinema del nuovo millennio a consentire questa risurrezione: ecco il vero “miracolo” di cui anche un replicante può rendersi capace. La dimensione oltre della nuova possibile realtà, e del cinema da questa concepito.

 


Non hanno ancora inventato una macchina capace di fissare il sogno prodotto dalla mente, e il giorno che succederà la fantascienza sarà superata. Quando il capolavoro di Ridley Scott uscì nel 1982, l’idea di un avvenire tetro come visto in quel film pareva non ammettere ricostruzioni altrettanto cupamente efficaci, e un eventuale sequel di Blade Runner avrebbe rischiato accuse di blasfemia. Su un punto, soprattutto: è o non è il protagonista un replicante? In base a quanto il canadese Villeneuve sceglie di adottare, non pare giusto dissertare su un’opera che non è un (reale) prosieguo, né un calco del prototipo (del resto impossibile). E se nel precedente Arrival una linguista era reclutata dalle forze militari per scoprire se alcune navi aliene avessero o meno intenzioni pacifiche, qui il regista porta avanti il discorso spostando l’interrogativo di Philip K. Dick su cos’è umano e cosa non lo è, sul replicante e l’umano.

Anche in questa rilettura (scritta da Michael Green e da quell’Hampton Fancher che già mise mano al primo episodio), i nodi di Prisoners, Sicario e del citato Arrival restano identici: la volontà di mantenere un ordine in un caos ingovernabile, l’incapacità di proteggere i figli da un’escalation di frenesia che non fa sconti a nessuno, la progressiva de-umanizzazione di chi ha l’ordine di far piazza pulita. E se la questione-Deckard, umano o no, condiziona pure questa ingigantita versione, Villeneuve opta per il contributo offerto da Fancher, seguendo una linea in cui il dubbio nasce dalla progressiva disumanizzazione di Deckard, e dal fatto che nel testo originale non vi è soluzione. Sicché la storyline si fa rettilinea, e la linea emozionale è quella di un disumanizzato che recupera la propria umanità grazie all’antagonista.

In questo Capitolo Secondo, una macchina capace di elaborare sogni e rivelare la sincerità di un ricordo vissuto è presente nella scena-clou, in un film che non rinuncia all’atmosfera hard boiled dell’originale. Non c’è voce narrante a conferire patine noir, nondimeno l’unilateralità espressiva e i gesti dell’agente K restituiscono la commistione di azione e disincanto in chi, finto umano in un mondo dove essere vero umano costituisce sovvertimento, si fa ossessione con tanto di molesto ricordo. Villeneuve ne segue l’indagine (individuare un figlio, pena la compromissione del mondo), che rivela un eventuale ego interiore. Tale ricerca, a fronte di un antagonista che forse è il proprio padre spirituale, implica informazioni che riportano ai noti quesiti (“Da dove vengo? Dove vado? Quanto mi resta da vivere?”).

Il resto sta allo spettatore scoprirlo, soprattutto se aficionado: molti sono i pattern sparsi (gli origami, il pianoforte, le aeromobili, le altrettanto immancabili megalopoli babeliche), come i loro fantasmi e simulacri, a rammentare che Blade Runner 2049 è sì un prosieguo fedele, ma un prodotto completamente a sé. L’impressione della parodia è vanificata dalla riproposta, complice l’inversa prospettiva, di un discorso e un culto tanto maestosi che il continuum di figure e situazioni, entrato nell’immaginario collettivo, suonerebbe altrimenti scorretto. Se poi il futuro messo in scena trentacinque anni fa non fosse stato troppo dissimile dall’odierno presente, potrebbe da qui ripartire verso quello datato 2049, così lucido e scintillante, geometrico e astratto, per trasportarci in una rinascita (e in una catarsi) non difficile da immaginare. Consapevole di questo, Villeneuve gioca con le leggende cinematografiche costruite intorno al mito: lo testimonia la sterminata audio-video-biblioteca in cui Deckard si è rifugiato, mostrata con un’illuminazione che riecheggia l’Overlook Hotel (si ricordi la diceria, non infondata, sull’epilogo di Blade Runner montato con filmati scartati da Kubrick).

Più che replicante, questo nuovo segmento è un nuovo innesto sul nostro ricordo, sul mito e su quanto credevamo di sapere, e in mezzo sta tutto il fantasy in celluloide di oltre un trentennio, da Cameron a Verhoeven. Non per nulla, l’agente K gioca con simulacri femminili frutto di avanzate tecnologie (è una pendrive a procurare compagnie sentimentali), e se il dilemma umano-replicante persevera, anche un “lavoro in pelle” chiede che il feticcio virtuale – già al centro di Lei – si amalgami col corpo di una prostituta, e abbia trasporti sessuali con entrambi i doppi. Il sesso è ridotto ad esotici ologrammi che riesumano l’onirismo felliniano nella sembianza più delirante, come a Deckard toccano i nostalgici replicanti-app delle icone che furono, da Liberace a Elvis, da Marilyn a Sinatra. La Los Angeles di Villeneuve eredita la post-Apocalisse di Mad Max, e in quell’acceso cromatismo rosso-fuoco del deserto, più che di Scott, è stretta parente del Tarkovskij di Stalker e di Solaris, mescolando Orwell e Gilliam. Apocalisse dove l’agente K si misura con un quid impensabile: la possibilità di un miracolo, che fa di Blade Runner 2049 un hard boiled biblico. Miracolo che si origina ai piedi di un possibile albero della vita di stampo malickiano (e K è il Ryan Gosling di Song to Song), dal quale potrebbe dipendere la resurrezione dell’umanità.

Da fatiscente e sporca, piovosa e multietnica, la metropoli potrebbe farsi sommergere da un alluvione che ne spazzi via i mali, e la natura (non la sua memoria-innesto) riprendere possesso dalle ceneri del suo inquinamento. Prima che di nuovo sia tutto fango occorre approfittare della neve, a mo’ di estrema purificazione, e qui espiare e attendere la morte, rivelando di avere un’umanità riposta. Mentre la gigantesca ampolla che cinge il personaggio-chiave reca una neve artefatta che si concilia con quella del mondo esterno. L’innesto si fa ricordo di un’epoca e di un cinema lontani, non solo di un’infanzia sottratta: la boccia vitrea che Kane-Welles teneva nella mano prima di lasciarla cadere a terra, risorge indistruttibile.

Un aggiornamento capace, questo, di quadrare i conti con il suo e il nostro tempo: Blade Runner 2049 riflette al meglio sull’evanescenza e la labilità dell’era digitale. È il cinema del nuovo millennio a consentire questa risurrezione: ecco il vero “miracolo” di cui anche un replicante può rendersi capace. La dimensione oltre della nuova possibile realtà, e del cinema da questa concepito.

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