Aiutiamoli a casa loro, ma in altro modo

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Migranti, profughi, perseguitati hanno bisogno di protezioni diverse, ma finiscono spesso per percorrere le stesse strade, nonostante chi emigri vuole arrivare nei paesi ad alta qualità di vita, mentre chi fugge per salvare la vita si ferma spesso subito oltre il confine. Infatti sono sempre le nazioni a medio e basso reddito ad accogliere la maggior parte delle persone in fuga.

A fine 2022 il numero di persone costrette alla fuga a causa di guerre, persecuzioni, violenze e violazioni dei diritti umani, è salito al livello record di 108,4 milioni, dei quali 35 milioni sono persone che hanno attraversato un confine internazionale in cerca di sicurezza, mentre più d 62 milioni sono sfollati all’interno del loro paese a casa di conflitto e violenze, come purtroppo quotidianamente vediamo in Palestina. Ma dovremmo aggiungere anche i tantissimi che si spostano non per costrizione per ma per cercare una vita migliore. Ogni giorno – leggo su l’Avvenire – sono circa 10.000 i migranti che tentano di attraversare il confine fra Messico e Stati Uniti.

Migranti, profughi, perseguitati hanno bisogno di protezioni diverse, ma finiscono spesso per percorrere le stesse strade, nonostante chi emigri vuole arrivare nei paesi ad alta qualità di vita, mentre chi fugge per salvare la vita si ferma spesso subito oltre il confine. Infatti sono sempre le nazioni a medio e basso reddito ad accogliere la maggior parte delle persone in fuga. I 45 paesi meno sviluppati (che insieme rappresentano meno dell’1,3% del Pil globale, ospitano più del 20% di tutti i rifugiati.

Come si difendono i paesi cosiddetti ‘sviluppati’, quando non costruiscono muri e chiudono frontiere? “Aiutiamoli a casa loro” che suona sinistramente pilatesco.

Intanto li strozziamo con gli interessi sul debito degli stati. Negli ultimi tre anni in 10 hanno dichiarato default, tra i quali Zambia, Ghana e Sri Lanka. Ora sembra aggiungersi anche l’Etiopia che non riesce a saldare un debito di 33 milioni di euro in interessi su un suo eurobond.

Come scrive l’Avvenire, “ripagare il debito – interessi inclusi – è costato ai 75 Paesi più poveri circa 88,9 miliardi di dollari nel solo 2022, una cifra che ci si aspetta dovrebbe ulteriormente aumentare di circa il 40% nel biennio 2023-2024, anche a causa dell’aumento dei tassi di interesse, andando a drenare risorse che potrebbero essere invece dirette a servizi di base come la sanità, l’educazione e l’adattamento al cambiamento climatico. Per questi Paesi, i soli interessi sul debito sono quadruplicati dal 2012 fino a 23,6 miliardi di dollari. Per l’Etiopia l’ora della verità sembra essere già arrivata. 

Diciamo di volerli aiutare, ma li strozziamo; non li accompagniamo nello sviluppo ma ne sfruttiamo le debolezze per fare business. Dobbiamo stare attenti perché, come ga scritto la Banca Mondiale, “l’Etiopia sarebbe il Paese più grande a dichiarare default, è come il canarino nella miniera di carbone”.

Una volta occupavamo i continenti poveri creando le colonie e i possedimenti; oggi non ne abbiamo bisogno: colonizziamo la loro economia, sfruttiamo il loro lavoro, la loro vita.

Aiutiamoli a casa loro? Non certo come facciamo oggi, ma come dovremmo fare: condividendo e riconoscendoci tutti appartenenti al genere umano, con pari opportunità di fronte alla vita. Sarà un’utopia, ma è il mio augurio per il 2024. Che è anche un augurio di pace, che può crescere soltanto riconoscendo gli altri e i loro diritti.

Buon Natale e Buon Anno a tutti noi, famiglia di www.daBicesidice.it , dove le idee possono avere casa.

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