Afghanistan, la guerra infinita

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Le truppe statunitensi si preparano alla nuova offensiva talebana di primavera. All’indomani della liberazione di Daniele Mastrogiacomo, Bice vi racconta passato e presente del Paese che sembra non aver avuto mai una prospettiva di pace.

 

Sicuramente nessun’altra regione al mondo ha subito così tante invasioni nel corso della sua storia come il territorio afghano. Nell’antichità come oggi, la sua posizione nel cuore dell’Asia  ha reso sempre questa regione un grande teatro di battaglia ed un terra di conquista agognata da tanti popoli.

A partire dal 2000 avanti Cristo le invasioni iniziarono per poi proseguire senza soluzione di continuità nel corso dei secoli: indoariani, persiani, medi, greco-macedoni, indiani, battriani, si sono avvicendati nel dominio di questa terra povera, aspra e

montagnosa ma al contempo cruciale per il controllo dei commerci tra il subcontinente indiano, l’estremo ed il medio oriente. Nonostante che le prime teorie geopolitiche sull’Heartland (il nucleo continentale euroasiatico il cui controllo avrebbe permesso a qualunque potenza moderna di dominare il mondo) siano state formulate dal geografo inglese Halford Mackinder solo nel 1904, può essere affermato che millenni prima dell’era cristiana i sovrani ed i conquistatori che mossero guerra per il controllo mondo antico, avevano già bene inteso la primaria importanza del controllo dell’area geografica che sarebbe poi stata chiamata Afghanistan.

Nel 642 l’Afganistan fu conquistato dagli arabi che diedero un alto contributo alla formazione dell’identità religiosa e culturale di questa nazione. Seguì un periodo di lotte interne tra varie dinastie persiane islamizzate nel tentativo di creare proprio sul territorio afghano una testa di ponte avanzata per una possibile invasione dell’India, ma ogni progetto di espansione fallì quando nel 1219 l’Impero Corasmio crollò travolto dalla furia dei mongoli guidati da Gengis Khan. L’invasione mongola fu uno dei capitoli più bui e violenti della storia afghana, moltissimi furono infatti i massacri e molte città come Herat e Balkh furono distrutte.

Alla morte di Gengis Kahn nel 1227 il suo sconfinato impero sorto dal nulla andò in pezzi e l’Afghanistan divenne ancora teatro i scontri tra dinastie e fazioni, questi scontri durarono per più di un secolo fino a quando Timur Lang riusci ad annettere le terre  afghane in un più vasto impero asiatico che portò il suo nome, fino a che all’inizio del sedicesimo secolo Kabul divenne capitale dell’impero Mogul che si trovava a cavallo tra India ed Asia Centrale. Altri imperi, e dinastie, e sfere di influenza (tra le quali quella del vicino Impero Cinese) si avvicendarono per altri tre secoli nel dominio di questo territorio tanto martoriato quanto cruciale per il controllo dell’Asia, ma oramai l’Afganistan era diventato un’importante casella dello scacchiere mondiale e al suo dominio non bramavano più solamente sovrani di regni vicini ma anche monarchi europei che all’inizio del diciannovesimo secolo andavano costituendo immensi imperi coloniali oltremare.

I territori afghani furono al centro del “Great Game” cioè della contesa tra l’Impero Russo e quello Britannico per il dominio dell’Asia Centrale. Gli Zar infatti andavano consolidando il potere da nord verso il Golfo Persico e l’Oceano Indiano mentre i britannici rafforzavano il loro potere sui territori contigui all’India, cuore pulsante del loro impero coloniale.

 

Al termine di due guerre anglo-afghane (1838–1842 e 1843–1880), non riuscendo le truppe di Sua Maestà ad ottenere il controllo del territorio,  con il Congresso di Berlino del 1872 russi e britannici si accordarono per trasformare l’Afghanistan in uno Stato cuscinetto tra i due imperi e ne ridisegnarono i confini di modo che tra i territori coloniali inglesi ed  quelli russi dell’Asia Centrale non vi fossero frontiere contigue. Per questa ragione fu creato un vero e proprio scherzo geografico: l’appendice dell’Hindukush Orientale, una striscia di territorio montuosi e semidesertici che dal corpo del territorio afghano andava incuneandosi tra Tagikistan, Pakistan ed India fino alla Cina. Confini allora disegnati a tavolino da sovrani e diplomatici europei sono quelli tuttora esistenti nell’Afghanistan contemporaneo; quelle linee tracciate su mappe non tennero conto della straordinaria complessità etnica e culturale afghana ed ancora oggi permangono come tagli netti e dolorosi su un tessuto etnico variegatissimo passato attraverso a ben 4000 anni di migrazioni, guerre ed invasioni. A Cavallo tra gli ultimi decenni del diciannovesimo secolo e tutta la prima metà di quello seguente, l’Afghanistan rimase formalmente tra i pochissimi stati asiatici

indipendenti, forte però fu l’influenza britannica e aspri furono gli scontri di potere interni per la corona afghana che divennero alle volte vere guerre civili.

 

Re Zahir nel 1964 nel tentativo di introdurre la democrazia nel suo Paese, promulgò una costituzione liberale e creò un parlamento composto in parte da deputati eletti direttamente dal popolo. Ma questo esperimento di democrazia non fece altro che far crescere gli estremismi politici, in particolare si rafforzò in quegli anni il PDPA  (Partito Democratico del Popolo Afghano) di chiara ispirazione marxista-leninista. Il PDPA aveva forti legami con l’Unione Sovietica ma era profondamente spaccato al suo interno in riottose fazioni che rispecchiavano la complessa e frammentata realtà etnica e sociale della nazione.Una profonda crisi economica che si abbatte sul Paese tra il 1971 ed il 1972 e l’alto livello di corruzione, decretano il sostanziale fallimento dell’esperimento democratico tanto che nel luglio 1973 l’ex primo ministro Mohammad Daoud compì un colpo di stato con l’aiuto dei militari e Re Zahir fuggì in Italia.

Daud si autodichiarò al tempo stesso primo ministro e presidente afghano, abolì la costituzione del ’64 e ne promulgò una nuova nel 1977. Un anno più tardi Daoud dovette subire a sua volta un colpo di stato da parte del PDPA ed il suo segretario Nur Muhammad Taraki, assunse la presidenza della nazione e la guida del governo con il supporto di Mosca. Fu proclamata la Repubblica Popolare Afghana e fin dai primi mesi di governo Taraki intraprese una serie di riforme per la creazione di uno stato socialista, molte furono le riforme in campo sociale e del costume che si scontrarono con la cultura afghana tradizionale: il voto femminile , il divieto del burqa per le donne e della barba lunga per gli uomini e la proibizione assoluta della frequentazione delle moschee. Alla sollevazione dell’opinione pubblica per le riforme di stampo marxista-leninista si assommò lo scontro aperto per la guida del paese tra Tarik ed il leader di una fazione del suo stesso partito Amin. Questi scalzò Tarik (arrestato ed assassinato in condizioni mai chiarite)  ed assunse personalmente la presidenza.

Il Cremlino che considerava Tarik il proprio protetto decise a quel punto di inviare truppe in territorio afghano che entrarono a Kabul il 25 dicembre 1979.

 Ancora una volta, il caos dilagò nella martoriata nazione dell’Asia Centrale, tanto che diversi storici considerano quegli anni l’inizio di una guerra civile afghana tuttora in corso: Amin fu assassinato a sua volta dal KGB, la lotta contro il governo di ispirazione socialista ed atea  da parte di fazioni politiche tradizionaliste assunse dopo l’intervento sovietico i toni nazionalisti di una guerra di liberazione da un invasore straniero, inoltre all’interno del DPDA al governo non cessarono mai le aspre lotte per

il potere. Fino al febbraio 1989, anno del ritiro delle truppe, l’Armata Rossa condusse azioni contro ai guerriglieri mujahideen che con pochi mezzi seppero testa ad uno dei più potenti e moderni eserciti del mondo.  L’Afghanistan in quegli anni di guerra fredda fu al centro delle attenzioni della CIA, del Pakistan e dell’Arabia Saudita che finanziarono e spesso appoggiarono con covert operations la guerriglia antisovietica. Sull’altro versante la decisione di Breznev di intervenire nel dicembre 1979 era stata estremamente impopolare anche all’interno dell’establishment sovietico, l’Armata Rossa oltre ai principali centri urbani e le più importanti vie di comunicazione non riuscì mai a controllare la nazione e fortissimo fu il malcontento della popolazione russa per l’altissimo numero di vittime tra i giovani soldati mandati a combattere in Afghanistan.

Anche per l’opinione pubblica mondiale degli anni ‘80 l’Afghanistan rappresentò da subito una “sporca guerra” fatta di massacri di civili inermi e al contempo impossibile da vincere per il gigante sovietico.

 

Nonostante il ritiro militare avvenuto nel febbraio 1989, l’Unione Sovietica continuò a supportare il governo di Mohammad Najibullah, aspramente combattuto dai mujahideen e da Al-Qaeda che in quegli anni diventò sempre più potente. Il governo di Najibullah non sopravvisse al collasso dell’Unione Sovietica tanto che nell’aprile 1992 i mujahideen liberarono Kabul. Ma ancora una volta, chiuso un capitolo cupo e insanguinato se ne aprì uno ancora peggiore: nell’arco di qualche anno i talebani presero il potere inaugurando una nuova stagione di barbarie. Il movimento talebano nato come risposta ad uno scarso peso politico dell’etnia pashtun nei governi del dopo-Najibullah, fu da subito appoggiato dal Pakistan e dalla stessa etnia pashtun nel sud della nazione, vera roccaforte del movimento talebano. Gli “studenti coranici” conquistarono militarmente larga parte della

nazione fino alla totale presa del potere nel 1997. Il governo talebano che proclamò la Repubblica Islamica fu riconosciuto solo dal Pakistan ed attuò una repressione di tutto ciò che potesse discostarsi dalla rilettura più radicale e folle della Legge Islamica. Il mondo assistette con sgomento alla cancellazione dello stesso patrimonio artistico non islamico afghano, alla repressione di qualunque religione diversa da quella islamica, alla privazione delle donne di qualunque più elementare diritto umano e ad una estrema degradazione sociale e materiale.

 

Da nazione barbarica e remota, l’Afghanistan tornò ad essere  importante casella sullo scacchiere geopolitico mondiale nel 2001 all’indomani dell’11 settembre, il giorno nel quale la storia del mondo cambiò radicalmente. Fu infatti evidente il coinvolgimento di Al-Qaeda nella serie di violentissimi attentati che non avevano precedenti nella storia americana, e nelle settimane successive l’amministrazione Bush richiese la consegna di terroristi presenti in Afghanistan, la chiusura dei campi di addestramento e la possibilità di controllare direttamente la dismissione di tali aree di addestramento. La risposta del regime talebano, da sempre fiancheggiatore e protettore di Al-Qaeda fu naturalmente negativa, il casus belli fu quindi evidente e gli Usa iniziarono con risolutezza una guerra che ancora oggi sembra avere esiti incerti

Volendo tracciare una storia della guerra che si sta combattendo in Afghanistan, questo conflitto può essere schematizzato in tre fasi successive: attacco iniziale, Operazione Anaconda, controffensiva talebana L’offensiva anglo-americana denominata Eduring Freedom iniziò il 7 ottobre 2001, ad una prima fase di bombardamenti mirati alla neutralizzazione della capacità offensiva e difensiva talebana e delle milizie di Al-Qaeda, seguì una graduale infiltrazione di truppe, mentre nel nord della nazione (zona a maggioranza Dari e Tagika, dove il regime talebano non era riuscito mai ad ottenere un completo controllo del territorio) una colazione di forze oppositrici al governo di Kabul chiamata “Alleanza del Nord” supportata dalle forze speciali americane e britanniche riuscì in un solo mese ad espugnare Mazar-i-sharif, punto cruciale per tutta la regione settentrionale. Sempre nel mese di novembre le truppe anglo-americane presero Ka
bul e Kunduz, e all’inizio di dicembre, le forze di terra ormai numerose  sul territorio si prepararono alla stretta di Kandahar nel sud del Paese, roccaforte talebana e residenza del famigerato Mullah Omar, leader spirituale della nazione. Anche Kandahar fu quindi espugnata e molti leader  talebani e terroristi di Al-Qaeda arrestati, alla presa della “Città del talebani” seguì la battaglia di Tora Bora, nella quale le forze della coalizione non ebbero nessun caduto, ma che non portò al tanto agognato arresto di Osama Bin Laden e del Mullah Omar.

Le forze alleate si ritrovarono quindi nella stessa situazione dei sovietici vent’anni prima: avevano il controllo delle città e delle strade, potevano instaurare un governo amico guidato da Hamid Karzai (che divenne il primo capo di stato afgnano eletto), ma non delle montagne e delle vallate più impervie e remote.

Iniziò nel gennaio del 2002 l’Operazione Anaconda, la fase di consolidamento delle posizioni statunitensi e britanniche e di “caccia” ai talebani, molti dei quali di nazionalità saudita o pakistana, arroccati sulle montagne, questa operazione fu sostanzialmente un successo.

La terza fase che può essere grossolanamente posta tra l’inizio del 2003 e la fine del 2006 è stata caratterizzata invece da diverse difficoltà delle forze della coalizione nel reprimere la controffensiva talebana, ed ha riproposto uno scenario drammaticamente molto simile a quello vissuto dalle truppe sovietiche negli anni ’80. Questa fase non è stata combattuta in campo aperto ma bensì attraverso operazioni di guerriglia perpetrati da entrambi gli schieramenti.

Nell’inverno appena trascorso moltissime sono state le azione condotte dai talebani contro le forze alleate. Negli ultimi tre anni infatti i talebani hanno avuto modo di riorganizzarsi e di reclutare nuove leve sfruttando il malcontento della popolazione per

l’occupazione militare straniera.

Nel corso del 2006 inoltre nel sud del Paese vi è stato sempre un maggiore coinvolgimento delle forze armate di diversi paesi aderenti alla NATO che hanno preso controllo del territorio rimpiazzando le truppe statunitensi nell’ambito dell’ISAF.

Il fatto che i talebani siano riusciti differentemente dagli inverni precedenti a mantenere elevato il numero di attacchi alla coalizione, fa presagire che durante la primavera oramai alle porte la guerra possa evolversi in una nuova fase forse molto più

violenta delle precedenti.

Secondo alcuni analisti politico-militari la guerra sarebbe già entrata dal gennaio 2007 nella sua quarta fase temporale, molte sarebbero infatti le offensive della coalizione negli ultimi tre mesi contro i talebani sempre più determinati a ripendere il controllo

del territorio.Il mondo e le nazioni aderenti alla NATO in particolare guardano quindi con timore a questa nuova evoluzione bellica, che se da un lato lascia sperare ad una sconfitta definitiva dei talebani, dall’altro  potrebbe far  degenerare questo conflitto che si trascina da più di cinque anni in una vera trappola per le truppe della coalizione.

Ancora una volta l’Afghanistan nella sua storia fatta da 4 mila anni di invasioni e guerre ininterrotte si ritrova ad essere campo di battaglia di un conflitto che sembra non avere più fine.

 

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