Accogliere e inserire si può

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È arrivato alle cronache il caso di Dino Baraggioli, titolare dell’Artplast di Robbio, nel Pavese, con 90 dipendenti, che – come racconta l’Agi- aveva grosse difficoltà a coprire gli orari notturni e festivi perché “i ragazzi italiani spesso non hanno voglia di fare sacrifici”.

Quando portavano il curriculum, gli precisavano che non erano disponibili al venerdì sera; problema noto perché, al di là dello stipendio, diversi giovani non vogliono essere impegnati nel weekend. Finché un giorno, da una casa- famiglia della zona, arrivano da lui due degli ospiti, stranieri richiedenti asilo, che si propongono per un lavoro. Decide di rischiare e in un mese ne assume 14, pakistani, indiani, cinesi.

A differenza di ciò che stiamo leggendo sui giornali a proposito del caporalato, cancro che sta infettando il lavoro in Italia, li ha assunti in regola, nel rispetto del contratto nazionale di lavoro, con buste paga che arrivano ai 1500 euro, non tantissimi calcolando festivi e notturni, ma assai più delle miserie pagate in nero altrove. Ha organizzato per loro corsi di italiano ed è stato premiato: “Sono pieni di entusiasmo, è anche una rivincita nei confronti di chi li vedeva al parchetto pensando che fossero dei fannulloni. Sono felici e io, vedendoli felici ed entusiasti nell’imparare, anche”.

Buonismo? Assolutamente no, tanto è vero che attualmente hanno il contratto per sei mesi, spiega Baraggioli, “come per tutti i nostri operai all’inizio, ma li aspetta un tempo indeterminato se continueranno così”. Non trattati meglio degli altri, ma messi in condizione di essere come gli altri.

L’Artplast non è un caso isolato, anzi. La maggioranza le aziende opera seriamente, non hanno preclusioni e contribuiscono ad un inserimento dei lavoratori stranieri nel tessuto produttivo e di conseguenza in quello sociale.

Che lo vogliamo o no, abbiamo bisogno degli immigrati e converrebbe guidarli verso un inserimento reale, non lasciarli in un limbo senza diritti e possibilità a causa di leggi e burocrazia pensate piuttosto per respingere e ostacolare.

Un clandestino, un irregolare, un invisibile potranno soltanto imboccare percorsi dannosi per se stessi e per la società.

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Una risposta

  1. La legalità non può essere l’eccezione.
    Baraggioli dell’Artplast non dovrebbe essere l’eccezione ma la regola.
    Invece è citato come raro esempio di applicazione puntuale della normativa in materia di instaurazione di rapporti di lavoro perché tutto il resto o quasi è caporalato, che non è più esclusiva prerogativa del profondo Sud ma ormai è vizietto nazionale.
    Ma stiamo attenti: il problema delle aziende che vogliono produrre nella legalità non si risolve con l’accoglienza indiscriminata dei clandestini.
    Vi deve essere a monte una gestione oculata dei flussi migratori perché su 1000 clandestini vi sono almeno la metà di rifugiati economici , che non hanno titolo per la regolarizzazione e spesso neanche voglia di lavorare.
    E succede sempre più spesso che i rifugiati economici , ma non solo, divengano manovalanza della delinquenza organizzata e non per andare a raccogliere ortaggi senza contratto e pagati in nero ma per spacciare droga, commettere scippi, furti in appartamento, violenze anche sessuali et similia.
    Per farla breve : bisogna governare i flussi migratori ed incanalarli nella legalità e non lasciarsi travolgere come sta avvenendo ormai da decenni con un’accelerazione enorme nell’ultimo anno e mezzo .
    Ironia della sorte: i flussi migratori illegali sono raddoppiati e forse triplicati con l’avvento al governo delle destre, che avevano promesso elettoralmente di far cessare gli sbarchi di clandestini sul suolo italico cercando di coinvolgere nella loro gestione la UE, che si era chiamata fuori non accettando neanche la suddivisione in quote dei migranti come sarebbe stato logico e giusto.

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