Abbattere il mostro sacro Pil!

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L’establishment finanziario che controlla i media, le istituzioni europee e quelle degli stati ha fatto assurgere il Pil a metro di tutte le cose. Ma qualcosa che non quadraart. del Sen. Paolo Danieli

 

Non è possibile comprendere appieno la crisi se non la si inquadra nel giusto contesto del mondo globalizzato.

E’ vero che la truffa monetaria e le perdite di sovranità degli stati in favore dell’Unione Europea hanno svolto un ruolo fondamentale nel permettere ai banchieri di mettere le mani nelle tasche dei cittadini europei. Come è vero che le democrazie degli stati sono ormai svuotate di ogni potere reale essendo stato tutto delegato alle oligarchie tecnocratiche di Bruxelles. Tuttavia bisogna anche tener conto, nel giudicare la crisi e nel cercane la via d’uscita, che l’Europa, come entità geopolitica, oggi rappresenta solo l’8% della popolazione mondiale, produce il 25% del Pil dell’intero pianeta e consuma il 50% delle merci e dell’energia globali.

 

Non ci vuole un economista per capire che non è possibile “guadagnare” 25 e “spendere” 50. Lo era ieri, quando l’Europa dominava il mondo e ne era il centro. Quando controllava, attraverso il sistema delle colonie, la gran parte delle terre emerse. E quando questo tipo di discrepanze veniva risolto con le guerre. Ma oggi una soluzione del genere non è ipotizzabile, anche se di guerre ce ne sono ancora, sia combattute con le armi, sia con i titoli di borsa e con gli spread.

A ciò s’aggiunga che la globalizzazione ha evidenziato come il mondo sia un sistema entropico, con risorse alimentari, energetiche e minerarie limitate. Il che rende impossibile la crescita indefinita e implica che il miglioramento delle condizioni di vita in ampie parti del mondo sia controbilanciato dal ridimensionamento di quelle di altre. Europa in primis.

Allora non ci vogliono le scale per arrivare a comprendere che il mito del Pil che cresce a dismisura non regge più. Come per converso il Pil che non cresce più non è più una tragedia, ma un evento che è nell’ordine delle cose.

L’establishment finanziario che controlla i media, le istituzioni europee e quelle degli stati ha fatto assurgere il Pil a metro di tutte le cose. Ma c’è qualcosa che non quadra quando ci accorgiamo che l’aumento del Pil non coincide necessariamente con l’aumento del benessere di ciascuno di noi.

Ne è conferma eclatante quanto accade in Italia, dove vengono ascritti grandi meriti a Monti per  aver frenato di qualche decimo di punto la caduta del Pil a presso di tasse, disoccupazione e impoverimento collettivo. Ne vale la pena? Si chiede la gente comune. E se il calo della crescita fosse dovuto, come è dovuto, anche e soprattutto alle suddette mutate condizioni del mondo globalizzato, fino a che punto dovremmo offrire sacrifici al nuovo mostro sacro chiamato Pil? E’ chiaro che così non può funzionare e che vanno rivisti i parametri cui ispirare il governo degli stati e dell’economia che, non bisogna dimenticarlo, è uno strumento per vivere meglio. Forse vale la pena riflettere su concetto stesso di crescita, cui il Pil è intimamente legato, e chiederci se non è forse il caso che, invece di inseguire una crescita impossibile, prendiamo atto della realtà e cominciamo a pensare a governare la decrescita.

 

 

 

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