Ab imis

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Coloro che hanno occhi per vedere e intelletto per intendere farebbero bene, ricostruendo la catena temporale e logica, a cercare le origini ed i motivi che ci hanno condotto…

Ho letto con interesse interviste ed articoli che trattano di mucillagine, poltiglia e di sabbie mobili.

Un quadro desolante, tuttavia purtroppo assai veritiero, della nazione (o suonerebbe più alla moda dire “contesto sociale”?) in cui viviamo.

Una nazione che non riconosce più sé stessa, che rifiuta e misconosce le proprie radici, non solo le radici etniche (nazione, per chi non lo sapesse, ha la stessa radice etimologica del verbo “nascere”), ma, fatto di gran lunga più grave, le proprie radici storiche, culturali, linguistiche, religiose.

Una nazione ove si vede ormai di tutto, da madri e padri che uccidono i propri figlioli innocenti e figli che commettono parricidi e matricidi, a delitti che non solo rimangono impuniti, ma vengono glorificati e celebrati; da soggetti che ricoprono cariche istituzionali e si comportano come vicerè, a impiegati dello Stato che, per il solo fatto aver conquistato un concorso, probabilmente pilotato, ritengono di poter dire e compiere atti aberranti ed ignobili, senza doverne rendere conto ad alcuno.

Una nazione stordita che tollera sia tempi giudiziali incivili[1] sia che oltre il novanta per cento dei delitti rimanga impunito.

Una nazione che non conosce più nemmeno il significato dei termini “dignità, onore, serietà, rispettabilità”, ammaestrata com’è da coloro che da sé stessa ha scelto come propri rappresentanti.

Una nazione che ammette come regola che ogni gaglioffo possa dire tutto e il contrario di tutto.

Una nazione che rifiuta la verità, abiura la ragione, la dirittura morale, la serietà e adora l’impostura, l’idiozia all’ennesima potenza, l’infamia, la ciarlataneria.

Una nazione narcotizzata che, grazie alle campagne promosse e sostenute da chi aveva (e forse ha ancora) interesse per promuoverle e sostenerle, affida buona parte di sé stessa e dei propri figli a droghe di varia natura; droghe che solo le anime belle ed i soggetti assai vicini alla genialità si ostinano a suddividere in “leggere” e “pesanti”.

Una nazione che ha permesso che la Scuola, ossia l’istituzione deputata a formare sul piano educativo e culturale le generazioni future, venisse ridotta com’è ridotta, con risultati che, per rispetto alla buona creanza, mi limiterò a definire avvilenti.

Una nazione, e qui mi fermo, che ormai tutto tollera, tutto ingoia, tutto digerisce, immersa fin sopra ai capelli nel prodotto finale della sua stessa digestione.

Ho iniziato aggettivando il quadro come “desolante”: ammetterete che sono stato delicato. Ma non è denunciando e riconoscendo la melma putrida, la miseria spirituale, il baratro di infamia in cui siamo precipitati, che si risolve il problema.

Certo, il fatto che ci sia qualcuno che se n’è accorto, che paragona la situazione alla mucillagine, alla poltiglia o alle sabbie mobili è già meglio del nulla: non occorre essere medici per sapere che difficilmente si può sperare di far guarire il paziente da un malanno mortale, se prima non si compie la diagnosi, se prima non si ha il coraggio, come fece Bertram Thomas a Rub’al Khali[2], di scandagliare, di affondare lo sguardo nel cancro, nella peste o nel colera, che affligge il morituro.

Tuttavia la sola diagnosi non serve a nulla: può solo essere scritta sulla lapide sotto la data del decesso.

È accaduto tante volte nella Storia, che nazioni, civiltà intere si siano dissolte e siano scomparse proprio per non aver saputo riconoscere il baratro di degrado in cui erano piombate e, quindi, per non aver compiuto alcunché per cambiare rotta e risollevarsi in qualche misura, prima che la situazione divenisse irreversibile.

Io ritengo che il quadro globale che caratterizza la nostra infelice nazione denoti con cruda nitidezza quanto sia prossima[3] l’irreversibilità.

Coloro che hanno occhi per vedere e intelletto per intendere farebbero bene, ricostruendo la catena temporale e logica, a cercare le origini ed i motivi che ci hanno condotto, con un’accelerazione progressiva inquietante, in questa sciagurata situazione.

Solo risalendo ab imis fundamentis[4]  ripercorrendo le tappe del degrado ed avendo il coraggio di riconoscere gli errori compiuti, si può sperare di poter intervenire e correre ai ripari con qualche probabilità di successo.

Ma è tardi. Molto tardi.

Non aggiungo altro.

 

Buon Natale e felice Anno Nuovo.

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[1] Nel senso letterale del termine: degni della peggior barbarie.

[2] Bertram Thomas, funzionario statale inglese, nel 1930 esplorò la zona della penisola arabica denominata Rub’al Khali: “lo spazio vuoto”. La carovana, un giorno, si trovò davanti a quella che sembrava essere una liscia piana salina e che invece si rivelò essere una distesa di sabbie mobili, asciutte e polverose, in grado di inghiottire uno scandaglio di undici metri.

[3] superlativo di “prope” = molto, molto vicina

[4] Ab imis fundamentis : dai primi principi, dai più bassi fondamenti deriva dalla Instauratio magna di Francesco Bacone da Verulamio (1561-1627), che fece precedere il motto da Instauratio facienda

 

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