A quattro mani

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Gli Autori, ideologicamente lontani, hanno sorprendentemente fra loro molti punti di contatto.art. di Andrea Di Massa e Stefano Poli

La premessa di questo scritto è che esso nasce a quattro mani. Gli autori sono due persone, una che si dichiara di destra l’altra di sinistra, che hanno scoperto di avere fra loro molti più punti di contatto, di quanti la dichiarata appartenenza potesse inizialmente far supporre.

 

Le ultime elezioni ed i sondaggi evidenziano che la metà circa del paese non vota. I dati del prelievo fiscale indicano che le tasse sono pagate da una rappresentanza di cittadini ancora esigua rispetto al numero dei potenziali contribuenti. Viene da pensare che la metà del paese che non vota, sia quella abituata a non protestare urlando slogan, meglio se di fronte ad una telecamera, ed ha piena consapevolezza del pari valore dei diritti e dei doveri.

 

L’attuale classe politica ha certificato la propria incompetenza cedendo in bianco al governo dei professori le proprie prerogative. La formazione che prima di Monti chiamavamo maggioranza ha semplicemente ceduto le armi; quella che chiamavamo minoranza ha dimostrato di non avere una concreta visione politica dei problemi.

 

Possiamo salvare qualcosa da questo sfascio?

 

La fine dell’Unione Sovietica dimostra che ci sono dei punti saldi, su cui è costruito il mondo occidentale, che resistono ad intemperie e battaglie, sui quali dobbiamo contare per garantirci un futuro. In ordine sparso, annoveriamo l’idea di democrazia come unica prassi, il mercato come regolatore dell’economia, la famiglia come nucleo elementare fondatore ed attuatore ed infine lo Stato, che ha ragione di esistere se è garante del valore più grande: la libertà.

 

Per ripartire dobbiamo contare su quella parte della popolazione stufa dello status quo e che è saldamente ancorata a quei valori che sono i mattoni dell’edifico che deve essere ricostruito, piuttosto che ristrutturato. Quei valori sono, in tutto il mondo occidentale, punto di riferimento comune sia della destra che della sinistra, anche se, ovviamente, declinati in modo diverso. Proprio la diversità, negli ambienti sani finalizzati alla costruzione piuttosto che allo sfascio, ha in sé stessa una forza propulsiva enorme da sfruttare.

 

In Italia tutta la conservazione, parassita, gretta ed autoreferenziata è rintanata sotto l’ala protettrice di interpreti ed organizzatori della vita pubblica unicamente attenti a garantire la propria rendita di posizione a mezzo dell’acquisizione ad ogni costo del consenso. Pseudoimprenditori, titolari di impresa senza know-how, con ricco fatturato garantito da commesse pubbliche e non dal mercato, stipendiati da enti ed uffici che hanno nella riscossione dell’emolumento la loro unica capacità professionale, amministratori, con gettone di presenza ed altre prebende, consiglieri di organismi che non consigliano nulla di buono, beneficiati dalla distribuzione a pioggia (battente) di danaro pubblico distribuito in commissioni istituite per portare a termine progetti che non hanno nulla da prospettare, e via di seguito, sono ancorati allo status quo e non desiderano cambiarlo. Questo esercito di buoni a nulla ma capaci di tutto drena ingenti risorse che vengono sottratte a chi le ha prodotte.

 

A sinistra questa conservazione si é arroccata in un blocco coriaceo che si é appropriato, per costruirvi il proprio paravento, dei valori politici di questa parte svilendoli e svuotandoli di significato in un continuo gioco delle parti. E’ un macigno in lenta marcescenza, troppo abbarbicato per poter essere rimosso e in decomposizione troppo lenta per attenderne la fine.

 

A destra gli episodi che conosciamo (separazione di Fini dal PDL, premorienza del Governo Berlusconi) si sono rivelati politicamente vacui, finalizzati alla spartizione manovrata da opportunisti di second’ordine.

 

E’ più semplice e richiede meno tempo riempire gli ampi spazi vuoti a destra piuttosto che perdersi come Sisifo dietro ai macigni a sinistra o attendere la morte del sistema in tempi non preventivabili.

 

A destra, tutti coloro che hanno usato i valori di riferimento come paletti per una personalissima gara di slalom ma senza giungere al traguardo (la gara è ancora in corso), ci hanno aiutato a capire che gli spazi politici potenziali e culturali in atto non sono mai stati così vasti come in questo momento di sofferenza generale. Essi attendono solo che qualcuno sappia occuparli offrendo visione politica strategica e risposte ai problemi.

 

E’ indispensabile parlare di cose concrete senza preoccuparsi affatto della classe politica esistente rivelatasi disutile più che inutile e salvabile in pochi elementi. E’ altrettanto necessario metterci la faccia. Occorre cioè avere il coraggio di vivere e morire assieme al progetto politico in modo di farla finita con l’immondo teatrino che si dispiega ad ogni fallimento politico e ad ogni “”trombatura”” grazie al quale si cambia nome al partito e si riparte con le stesse facce. Siamo al punto che il settantacinquenne Berlusconi é tutt’ora una delle presenze più recenti di questo parlamento infestato da politici falliti ma persistenti come le zanzare perché (non nascondiamoci, è colpa di tutti) li abbiamo sempre votati. Svegliamoci tutti quanti, la festa é finita e occorrono teste adulte e responsabili.

 

E’ il momento ad esempio che la destra dica con chiarezza cosa fare della Scuola. La nostra comunità nazionale esprime una classe dominante ma non dirigente,  autoritaria ma priva totalmente di autorevolezza. Infatti se l’autorità può essere conferita dall’attribuzione di una carica, l’autorevolezza è espressione di saggezza e sapienza di chi la carica ricopre. Se siamo privi di una scuola in grado di alimentare la saggezza con la sapienza, resta solo l’autorità che produce unicamente lo star comodamente seduti in poltrona. E’ necessario lavorare su questo punto. Quale può essere il riferimento per il lavoro da compiere? La riforma Gentile? La riforma Berlinguer? Altro?

 

Possiamo definirci comunità civile se abbiamo perso la speranza nella giustizia? Cosa occorre fare per avere una giustizia amministrata in modo non distorto? Che non trascuri e maltratti il cittadino e non perseguiti il grande dirigente di turno da colpire politicamente? Le carriere dei magistrati inquirenti devono essere separate dalle carriere dei magistrati giudicanti? Va mantenuta l’obbligatorietà della azione penale? La magistratura deve continuare ad applicare la carcerazione preventiva nel modo in cui lo sta facendo? Il popolo, in nome del quale vengono pronunciate le sentenze, può raccomandare alla Magistratura di prestare particolare attenzione ai reati che in un certo periodo rappresentano una allarme sociale maggiore di altri? Quali sono i termini ed i paletti da rispettare affinché la raccomandazione possa essere considerata legittima?

 

Per quanto riguarda la Sanità possiamo continuare ad obbligare il cittadino a stipulare una polizza con un unico assicuratore che fa variare a suo parere non sindacabile il massimale assicurato? Anche se l’accesso universale alle cure è una conquista che non va messa in discussione, possiamo stabilire in concreto di quali risorse abbiamo bisogno per garantire quello che consideriamo ormai un diritto inalienabile? Come facciamo ad esercitare un diritto se non abbiamo disponibilità sufficiente di risorse? E’ un vero risparmio depotenziare i costosi e spesso inappropriati ed inefficaci ospedali in assenza di una efficace politica di integrazione ospedale-territorio? Per compiere questa integrazione le attuale figure professionali sanitarie sono sufficientemente aggiornate? Come può l’Università formare i professionisti della Sanità che saranno impegnati sul territorio se la formazione si svolge nel recinto di un policlinico?

 

E’ anche tempo di riparare guasti culturali. In questi anni scriteriati di vacche grasse che hanno consentito agli autoritari non autorevoli di sentirsi addirittura aruspici e vati, abbiamo ridotto ai minimi termini il concetto di posto di lavoro. Infatti si parla molto spesso di posto senza citare il concetto di lavoro. Una dissennata politica di acquisizione del consenso ad ogni costo ha introdotto addirittura il concetto di posto fisso ed inalienabile. Dobbiamo continuare a batterci in retroguardia per salvaguardare il posto fisso, oppure essere avanguardisti del lavoro fisso anche a posto variabile?

 

Abbiamo bisogno ed urgenza di far chiari progetti a breve termine, per un futuro che non deve essere lontano. Soprattutto dobbiamo far capire, in modo particolare a chi ha meno anni di noi, che anche se per incanto con una bacchetta magica ci procurassimo quelle risorse finanziarie che son sempre più striminzite, la crisi potremo considerarla risolta solo dopo aver rimesso insieme autorità ed autorevolezza, lavoro e posto, diritto e dovere. Le origini della nostra crisi economica coincidono infatti con una profonda crisi etica.

 

Se rapidamente a destra si riesce a ripartire costruendo sui valori comuni all’occidente, anche a sinistra chi condivide quei valori (ce ne sono,ce ne sono!) potrà aderire ottenendo cosi’ anche’ di espellere il bubbone corporativo-parassita che staziona sul Paese. Una speranza per divenire adulti insieme e far si che destra e sinistra divengano alla fine solo categorie politiche che si confrontano per la crescita di un paese comune ad entrambe.

 

 

 

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