A proposito di diossina

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All’ora consueta, ieri sera[1], guardavo “o’ tiggì”. Ammiravo le immagini che si rincorrevano dell’immondizia accumulata a Napoli e in buona parte della Campania. Molte inquadrature rivelavano, nella disposizione dei sacchi di spazzatura, una particolare sensibilità artistica. Da quei cumuli, apparentemente solo lerci e putrescenti, emergeva sempre più forte un messaggio culturale di insospettabile levatura. Si tratta di arte post-moderna, d’avanguardia ecologista. Chi non è in grado di percepirlo appartiene ad una cultura ammuffita e retrò, tanto antiquata quanto inconsistente, insomma clericale e conservatrice.

Quindi, se non avete saputo cogliere il messaggio artistico innovativo ambientalista che si sprigiona dai sacchi di immondizia a Napoli e dintorni, occorre che vi acculturiate, che leggiate, che vi documentiate, che studiate. E in fretta anche.

Mentre le immagini scorrevano, in tutta la loro cruda bellezza, non ho potuto far a meno di pensare a questo cammeo dell’ottima, onesta, geniale capacità amministrativa dimostrata dai sindaci, in particolare quella di Napoli, dal Governatore della regione Campania, dai Presidenti delle provincie campane etc. etc.: tutte persone che hanno dato, nonostante abbiano avuto molto poco tempo a disposizione, una prova eccelsa della loro sublime intelligenza, della loro genialità, della loro maestria nel fare gli interessi dei cittadini, del loro senso artistico.

Devono avere tutti quanti degli avi che sono nati a Scandiano.

Non ho potuto neppure fare a meno di ricordare che alcune anime nobili e belle, pur di impedire l’apertura delle discariche o dei siti di stoccaggio temporanei, s’incatenarono ai cancelli e bloccarono i camion nelle strade[2]. E ci fu chi, ancora più nobilmente, sostenne (naturalmente prima di albergare nei salotti buoni del Palazzo) codeste sacrosante battaglie: i molto onorevoli Signori: A. P. Scanio, O. Diliberto, qualche altro personaggio e la perla no global: F. Caruso

Le loro Signorie devono avere una naturale predisposizione genetica a vivere e a far vivere in mezzo all’immondizia, detta anche “monnezza” o cloaca a cielo aperto.

Occorre tuttavia ammettere, per amore di verità, che oggi, albergando nei salotti buoni del Palazzo, i nobili Signori s’indignano per la spazzatura in strada.

Quando si dice la coerenza.

Mentre riflettevo tra me e me su queste cose, una sconsiderata commentatrice ha evocato il pericolo “diossina”, determinato dalla stolida volontà di dar fuoco alle opere d’arte. Una caduta di stile che non mi aspettavo. Ho cambiato immediatamente canale.

Mi imbatto nel telefilm del Texas Ranger Walker. Mi piace il Prode Walker, perché ha lo sguardo vivido, intelligente: a modo suo sa risolvere anche i problemi. Sono quasi certo che anche le sue origini sono di Scandiano. Dopo poco … beh, non ci crederete! In questo telefilm la trama trattava di una questione delinquenziale di inquinamento ambientale, con anche la diossina.

Ho spento la tv e mi sono dato alla lettura. Mi capita sotto agli occhi un ritaglio di qualche tempo fa[3]: una lettera al direttore di un Maresciallo dei Carabinieri in pensione.

Il titolo, “” Io, Maresciallo dell’Arma e le bufale sulla nube di Seveso”, mi incuriosisce e mi riporta indietro nel tempo: abitavo in quel tempo in un paesone dell’hinterland milanese situato a 7 km da Seveso. Inizio a leggere:

 

Caro direttore,

Sono il Maresciallo dei Carabinieri Emidio Fabiani, in pensione; ho comandato la Stazione dei Carabi­nieri di Desio, dal 1972 al 1982.

… Le scri­vo perché ho vissuto in prima per­sona la tragedia. Le dico subito che, più che di tragedia sanitaria, si è trattato di una tragica truffa, o almeno in questo si è trasforma­ta.

Menzogne , bufale, terrorismo sa­nitario, previsioni catastrofiche, luminari vietnamiti, sapone di Marsiglia, limiti di velocità per non alzare la polve­re della diossina, occupazione del reparto maternità del­l’Ospedale di Desio da parte di abortiste: quante ne hanno dette e fatte!

Il sottoscritto, assieme al brigadiere Fabrizio, un col­lega, e all’allora Sindaco di Meda Cavalier Malgrati, siamo stati i primi “non Icmesa” ad entrare nello sta­bilimento.

Successivamente, ogni mattina, accompagnavo nello stabilimento il direttore Herwig Von Zwel, poi arrestato, per controllare il reattore. Per più di 6 mesi, i Carabinieri hanno effettuato ser­vizi all’interno e esterno della fabbrica, vestendo solo l’uniforme, senza nessuna protezione.

Come potrà confermare il Co­mando Generale dell’Arma dei Ca­rabinieri, nel corso degli anni non è stata accertata alcuna conse­guenza sulla salute di quei Carabi­nieri. Le loro brave mogli hanno continuato a partorire figli belli e sanissimi. …

Emidio Fabiani.

 

È un segno del destino, mi sono detto: devo scrivere qualcosa sulla diossina. E lascio affiorare i ricordi.

Già allora la campagna mediatica mi parve ciò che in effetti si dimostrò essere: uno dei tanti strumenti di terrorismo psicologico (antesignano dell’ottuso[4] ecocatastrofismo ambientalista imperante oggidì), utili ad una certa fazione, per preparare il terreno a ciò che quella fazione, appunto, si era prefissa. Insomma una tigre da cavalcare, come si usava dire a quei tempi.

Riassumo in estrema sintesi i fatti.

Alle 12.37 del 10 luglio 1976 da un reattore dello stabilimento chimico dell’Icmesa si levò nell’aria un insieme di vapori in cui era contenuta una certa percentuale di diossina, formatasi per una reazione non prevista: la diossina è un potente defoliante gravemente tossico. Il vento disperse su un’area di alcuni chilometri quadrati la sostanza. La mastodontica macchina mediatica, messasi in moto in maniera inesorabile, costruì un caso assolutamente sproporzionato rispetto ai fatti. Giornali e TV generarono un clima di psicosi del tutto assurdo ed irrazionale: “mucca pazza” e “influenza aviaria” al confronto sono favole per bimbi.

Vi furono casi di abitanti di Seveso respinti in alcune località balneari, perché ritenuti contagiosi. Molte abitazioni vennero rase al suolo.

Ancora oggi nell’immaginario collettivo di moltissime persone, la parola “Seveso” evoca immagini terribili: ancora oggi si crede che a Seveso siano morte centinaia, forse migliaia di persone.

Quando si dice la verità storica.

Nei giorni immediatamente successivi all’incidente morirono alcuni animali da cortile, e alcune persone furono colpite dalla cloracne: eruzioni cutanee che, nel caso di due bimbe, risultarono particolarmente deturpanti. Non ci sono dati certi circa le morti di topi e di pantegane, ma non sembra ve ne siano state; quel ch’è certo è che dopo qualche tempo alcuni esemplari di codesta nobile genìa, emersi dalle cloache, uccisero con il consueto coraggio, a sangue freddo, un dirigente dell’Icmesa[5]. Per quanto concerne la diossina, grazie a Dio, i danni sull’uomo sono stati, alla fine, assai modesti: le indagini epidemiologiche sulla popolazione del luogo, condotte in questi decenni, non hanno evidenziato, al momento, segnali preoccupanti. Ma, soprattutto, a Seveso e nei dintorni non si registrò, all’epoca dell’incidente, nemmeno una vittima.

Fra i già nati.

Dopo circa una settimana alcune testate giornalistiche misero in circolazione la notizia, data per certa come oro colato, che le donne incinte, abitanti nella zona contaminata dalla nube tossica, avrebbero partorito figli gravemente handicappati.

Quando si dice veridicità e correttezza dell’informazione.

All’epoca l’aborto era ancora reato, ma gli strateghi della lobby abortista intuirono che l’incidente poteva essere adeguatamente sfruttato. Il Palazzo (si fa per dire) della politica si mosse con rapidità inaudita: dopo soli 21 giorni tre parlamentari: on. Susanna Agnelli (PRI), on. Giancarla Codrignani (PCI), on. Emma Bonino (PR), chiesero che alle donne di Seveso fosse consentito di abortire. Uno squittio di consensi si levò da quasi tutti i giornali.

Quando si dice la stampa indipendente.

La lobby abortista allora si scatenò per creare un clima di terrore a Seveso e dintorni: attiviste dell’”Unione donne italiane”, del “Cisa” (Centro sterilizzazione e aborto), e di altri “collettivi” raggiunsero ogni giorno la zona ed esibirono nei pressi del consultorio o degli ospedali cartelli inequivocabili, su cui campeggiavano scritte del tipo: “O mostro o aborto”.

Il 7 agosto il ministro della Sanità Dal Falco e il ministro della Giustizia Bonifacio, entrambi democristiani, ottenuto il consenso del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, autorizzarono gli aborti per le donne della zona che ne avessero fatto richiesta.

Quando si dice che significa essere cattolici adulti, coerenti e con le idee chiare.

Il Giornale di Montanelli, dissentendo dal muggito dei consensi, scrisse: «Il rischio è per i bambini, non per le madri: si tratta di aborto eugenetico, e non terapeutico».

Il Cardinale di Milano, Giovanni Colombo, prese posizione: “Non uccidete i vostri figli – disse l’8 agosto – le famiglie cattoliche sono pronte a prendersi cura di eventuali bambini handicappati.”

Probabilmente i ministri democristiani ed il capo del Governo pensarono che il Cardinale di Milano fosse, tutto sommato, un buon uomo, ma privo di buon senso e, soprattutto, dotato di insufficiente maturità politica. Insomma, era sì Cardinale, ma non era diventato un cattolico adulto. I giornali dileggiarono l’Arcivescovo e rilanciarono con maggiore virulenza la campagna per la legalizzazione dell’aborto. Intanto, alla Mangiagalli di Milano e all’ospedale di Desio vennero praticati i primi aborti[6].

Dopo otto mesi, nel marzo del 1977, giunsero in Italia i risultati delle analisi compiute presso i laboratori di Lubecca sui poveri resti dei bambini mai nati di Seveso: nessun embrione presentava le temute malformazioni[7].

Quando si dice la sfortuna.

Quei bambini oggi avrebbero trent’anni. Non avevano nessuna colpa, se non quella di essere “forse” anzi “certamente” malati o “malformati”.

Inutile evocare concetti etici, seppure di livello elementare, con le onorevoli Signore e con i molto onorevoli ministri, mandanti della prima strage “legalizzata”, in Italia, di bambini innocenti. Ancor meno con le arpie[8] che agitavano i cartelli “O mostro o aborto”. Sono tutti troppo adulti e geniali.

La loro responsabilità (chissà se se ne sono mai resi conto?) non è circoscritta a quel fatto. Da costoro e da quel momento ebbe inizio il gorgo empio, scellerato e demoniaco della strage incommensurabile che si è compiuta e che ancor oggi si compie.

Ma a costoro, che volete che importi tutto ciò?



[1] 24 maggio 2007

[2] Palmiro Cornetta (sindaco di Serre), Rosetta Sproviero (la pasionaria), don Vitaliano della Sala, Olimpia Roberto, padre Alex Zanotelli, etc. etc.

[3] Libero, 16 febbraio 2007

[4] Vogliate apprezzare l’eufemismo.

[5] Il direttore tecnico dello Stabilimento, dott. Paolo Paoletti, assassinato il 5 febbraio 1980.

[6] Qualche decina alla Mangiagalli, un paio all’ospedale di Desio.

[7] Notizie in parte riprese da un articolo di Mario Palmaro apparso su “Il timone” n° 55 luglio agosto 2006.

[8] Vogliate apprezzare l’eufemismo.

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