A proposito di diagnosi

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La conobbi tre anni or sono: piacevole, con una grazia delicata, il portamento composto, l’aspetto sereno, lo sguardo dolce e profondo, un modo di porsi educato, modesto e, nel contempo, dignitoso.

Il sorriso, sempre pronto ad affiorare, me la rese subito simpatica. Mi avvidi, seppur osservandola a distanza mentre lavorava, che l’intelligenza non le faceva difetto e la competenza, nella materia del suo lavoro, era più che evidente. Tanto evidente che ella non sentiva la necessità di dimostrarlo.

Seppi, dopo qualche tempo che sarebbe convolata a nozze. Ne fui felice e trovai il modo di farglielo sapere. Dopo qualche tempo ebbi modo di incontrarla ancora: una luce nuova brillava nei suoi occhi: traspariva la felicità e la gioia dell’amore sereno.

Poco dopo seppi che c’era anche dell’altro: era in dolce attesa. Di nuovo le feci giungere le mie sincere felicitazioni.

Una brava ragazza , – pensai tra me e me – come se ne trovano ormai poche, che si merita felicità e serenità.

Poi la notizia crudelmente dolorosa: la creatura che portava in grembo era malata, e gravemente. L’accertamento mediante diagnosi genetica prenatale, tristemente infausto, fu: “sindrome di Down”. Ne fui addolorato, molto. Per lei e per la piccola creatura.

Ho immaginato l’animo della giovane donna, che, dalla serena gioia di qualche tempo prima, piomba, incolpevole, nell’angoscia che rasenta la disperazione.

Resistetti alla tentazione di chiedermi il perché, di trovare una spiegazione: il tempo mi ha insegnato che la risposta al perché del dolore, della sofferenza non si trova nella ragione. La risposta è altrove.

E poi ho immaginato il dramma quotidiano degli sguardi di commiserazione e di pietismo, dei mortiferi consigli delle sinistre imbonitrici: “Che fai? Porti avanti la gravidanza? E a che scopo? Per mettere al mondo un infelice? Che qualità di vita gli riservi? Pensaci bene! Siamo nel Duemila … non puoi farti condizionare la vita in questo modo. “

Più oltre chiesi discretamente, preparato al peggio, come si protraeva la gravidanza.

Bene, compatibilmente con la situazione: ha deciso di portarla avanti”, fu la risposta.

La mia ammirazione e la mia stima crebbero: la fanciulla dallo sguardo dolce e profondo non era dotata solo di delicata grazia e di modestia, ma anche d’una forza d’animo invidiabile e inconsueta. La tristezza che mi aveva colto quando appresi la notizia si mitigò leggermente: quella determinazione insospettata nell’affrontare l’avversità della malattia aveva in parte attutito, lenito il mio cruccio.

Trascorsero i mesi, fino a quando, complici le recenti festività, ripresi contatto e seppi che la bimba era nata.

Una bimba, bella e sana.

Vi chiederete perché vi ho raccontato questa vicenda vera. In fondo non è la prima volta che accadono eventi del genere: infatti, la scoperta dell’inesistenza della presunta patologia è avvenuta molte altre volte, e purtroppo, troppo spesso, su un corpicino inanimato. E poi, si sa, “la medicina non è una scienza esatta”, “gli uomini possono sbagliare”, … bla bla bla. Le solite ovvie banalità che vengono esibite in questi casi.

Due sono i motivi preminenti per cui ve l’ho narrata.

Il primo: ogni tanto vale la pena di raccontare notizie buone e belle: forse sono più toccanti di tutti gli orrori che ci ammanniscono quotidianamente, ai quali siamo assuefatti e contro i quali, ormai, mitridatizzati.

Il secondo: le prefiche, che non perdono occasione per sventolare il loro squallido cencio abortista, questa volta non sono riuscite nel loro intento. Altri commenti, altre riflessioni su di esse non ne voglio aggiungere: non servirebbe a nulla e costoro non meritano altra considerazione.

Quanto invece alle anime belle, geniali e adulte che, proclamando la loro improbabile appartenenza cattolica e improvvisandosi lavandaie, si adoperano per risciacquare il cencio abortista dal sangue innocente di cui è intriso nella brodaglia disgustosa del “vangelo secondo Me”, del “dialoghismo”, del “relativismo”, dell’”apertura a sinistra”, etc. etc. , si provino a compiere quello che si chiamava un tempo “esame di coscienza”.

Potrebbero scoprire che l
a loro è solo un’attività inane e blasfema: il sangue da quel cencio non si lava.

Quelle creature, soppresse nel nome di quelle ideologie che le anime belle tanto apprezzano e a cui giocondamente s’accompagnano reggendo loro la coda, quelle creature, vittime innocenti, piangono al cospetto di Dio la loro vita recisa.

Forse, chi può dirlo, un giorno potrebbe accadere che le anime belle debbano rendere conto del loro “”relativismo”” e di tutto il resto a Colui che pronunziò le parole contenute nel Vangelo secondo Matteo, secondo Marco, secondo Luca e secondo Giovanni.

Il “vangelo secondo Me” non era e non è contemplato.

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