A proposito di buonismo e di prossimo

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L’altra sera ho chiesto a Don Petronio che cosa ne pensasse dell’articolo, a firma di Maria, intitolato “La panchina negata e la fauna stanziale”, nonché dei commenti che ne sono scaturiti.

Don Petronio, il volto illuminato dal solito sorriso pacioso, allarga le braccia, quasi volesse rivolgersi ed abbracciare virtualmente Maria e Angelica, ed esordisce così:

«Benedette figliole, il loro nome è lo specchio della loro anima.

Non entro nel merito della mesta vicenda descritta da Maria e commentata da Angelica, tuttavia desidero esprimere alcune spicce considerazioni su due concetti che sono stati espressi negli scritti.

Il primo riguarda il “buonismo”: sovente, questo termine è visto come un disvalore da chi lo attribuisce e come un valore da chi lo riceve. So che alcuni fra gli entusiasti acclamatori del “buonismo” vanno fieri di codesta definizione ed oggi si proclamano “cattolici adulti”.

Ieri, fuorviati e intossicati dal fumus post sessantottino, codesti sventurati si proclamavano catto-comunisti, senza rendersi conto che ciò che ritenevano e ritengono tuttora un’endiadi era ed è in realtà una sorta di ossimoro.

Costoro farebbero bene a meditare su un antico aforisma, di non difficile comprensione, attribuito a Samuel Johnson che così recita: “il pavimento dell’Inferno è lastricato di buone intenzioni.”

Il secondo concetto riguarda “il prossimo” e lo troviamo espresso in un versetto di Matteo (22, 39 ): “Ama il prossimo tuo come te stesso.”

Molti non conoscono (o hanno dimenticato) l’etimologia e il significato reale del termine “prossimo”.

Il testo greco del Vangelo usa il sostantivo pleesìon: “agapeèseis ton pleesìon sou oòs seautòn”: letteralmente significa “amerai il tuo vicino come te stesso”. L’identica frase è citata da Marco (12, 31 ) e da Luca (10, 28 ).

Nella versione latina: ”autem simile est huic diliges proximum tuum sicut te ipsum” troviamo il sostantivo «proximum», superlativo di “prope”, avverbio che significa “vicino”. Quindi la traduzione letterale suonerebbe così: “… ama chi ti sta più vicino come te stesso”.

Credo sia opportuno specificare a coloro che sono afflitti dal pensiero debole che avessero la ventura di ascoltare queste parole – e qui Don Petronio mi ha lanciato un’occhiata eloquente – che il significato nitido ed incontrovertibile delle parole di Nostro Signore non è, ovviamente, di esclusione dal nostro amore di coloro che vicini non sono, ma è un’indicazione chiara ed ineluttabile di priorità: prima ama e fai del bene a chi ti è più vicino, poi a chi ti è vicino, infine, quando avrai esaurito il prossimo e i vicini ti occuperai di fare del bene a chi vicino non è. Se tutti, ma proprio tutti rispettassero alla lettera questo Comandamento non si verificherebbero le aberrazioni nelle quali spesso inciampiamo, aberrazioni che vedono da un lato elargizioni a popolazioni lontane e sconosciute e dall’altro il nostro vicino, talora il vicinissimo (o prossimo che dir si voglia), che implora inutilmente il nostro aiuto.

Gli afflitti dal pensiero debole che ho citato dianzi hanno anche dimenticato, grazie alla fatua baldanza che li contraddistingue, che Nostro Signore non parla mai a vanvera.»

 

Dopo essermi sorbito questa predica imprevista, che spero di avere ben memorizzato e correttamente riportato qui, nel timore di essere accomunato agli “afflitti dal pensiero debole” non ho ribattuto nulla e me ne sono tornato a casa.

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